ESCLUSIVA TG – Marcello Bonetto: “Petrachi conosce i giocatori, ma deve essere messo nella condizione di allestire un buon Torino”

ESCLUSIVA TG – Marcello Bonetto: “Petrachi conosce i giocatori, ma deve essere messo nella condizione di allestire un buon Torino”
Marcello Bonetto
Oggi alle 12:45Primo Piano
di Elena Rossin
fonte Elena Rossin
Della situazione del Torino in vista del mercato e della prossima stagione è stata analizzata da chi per anni è stato parte attiva nel calcio.

Marcello Bonetto è stato intervistato in esclusiva da TorinoGranata.it. Bonetto è figlio di Beppe, che è stato general manager del Torino dal 1963 al 1981 e ha costruito la squadra che nel 1976 vinse l’ultimo scudetto e quelle che conquistarono la Coppa Italia nel 1968 e nel 1971 inoltre è anche stato uno degli storici procuratori calcistici italiani. Marcello anche lui per anni è stato un procuratore di calciatori. Con Bonetto abbiamo parlato del Torino che all’apertura del calciomercato fra cinque giorni dovrà essere formato in vista della prossima stagione.

Il Torino quest'anno cambia di nuovo molto a partire dall’allenatore e ha scelto uno giovane Ignazio Abate, un ex calciatore dell'era Cairo che sta facendo il suo percorso in panchina e per la prima volta allenerà in Serie A. Si tratta di una scommessa a partire dall'allenatore?
“No, secondo me no, a pelle mi sembra una buona scelta. D'Aversa ha fatto quello che doveva, ha fatto il suo. E’ stato preso un allenatore giovane che credo facesse giocare anche bene la Juve Stabia, la squadra in cui allenava precedentemente. Lo dico per quello che so perché in verità non l'ho mai vista giocare. Scegliere Abate mi sembra una buona idea, io sono sempre stato, trascinato da mio padre, un fautore dei giovani, delle persone con entusiasmo e dei nuovi. Abate è giovane ma non è giovanissimo, ha 39 anni, più o meno l’età di Radice quando arrivò al Torino nel 1975 che aveva 40 anni visto che era del ’35. Quindi non è poi che Abate sia un bambino, l'allenatore del Parma Carlos Cuesta è molto più giovane (31 anni li compirà il 29 luglio, ndr), per cui, secondo me, un po' di esperienza ce l'ha e mi sembra una scommessa logica, mentre magari altre scommesse fatte in passato dal Torino, cominciando da quella dell'anno scorso del portiere, erano azzardate, in questo caso non mi sembra così”.

Se cominciasse domani il campionato il Torino giocherebbe con un ipotetico 3-5-1-1, più o meno: Paleari, Cocco, Ismajli è un bel punto interrogativo, Pedersen, Casadei, Ilkhan, Gineitis e un altro punto interrogativo, Vlasic e uno fra Zapata, Simeone, Adams e Kulenovic, diciamo più probabile uno dei primi tre. Oppure togliendo un centrocampista con due punte. Non proprio una squadra particolarmente competitiva.
“Ha messo solo due punti interrogativi, ma secondo me ce ne sono di più”.

Al netto che ci sono anche Israel, Siviero, Biraghi, Anjorin, Ilic, Aboukhlal, Njie e Perciun, però l’attuale rosa è questa visto che sono andati via Marianucci, Maripán, Sazonov, Ebosse, Nkounkou, Lazaro, Prati, Tameze e Obrador.
“Ho un'ottima considerazione di Petrachi come professionista perché è un conoscitore di giocatori e anche come persona. Certamente però deve essere messo nella condizione di poter operare perché ovviamente dipende anche dalla disponibilità societaria, nella quale non entro in merito. Petrachi sicuramente parte da una situazione difficile. Il primo problema, secondo me, è il portiere. Paleari ha fatto sicuramente meglio di quello che ci si attendesse, ma io non inizierei la stagione con lui titolare e non credo che lo farà nemmeno il Torino perché prenderà un portiere d’esperienza, consolidato e potenzialmente titolare. Poi abbiamo visto che l'altro anno Paleari era il secondo ed è diventato il titolare. Comunque il primo tassello è già questo, poi per il resto ci sono sicuramente molte incognite.
Devo confessare che il calcio attuale mi annoia abbastanza e il Torino non l'ho guardato moltissimo l'anno scorso perché non è che mi divertivo molto a vederlo, quindi non mi sento nella condizione di dare dei consigli. In generale sicuramente non invidio Petrachi nel fare la squadra. Diciamo che il reparto offensivo è quello che potenzialmente è più tranquillo, sia per l'ottimo campionato che ha fatto Vlasic sia perché comunque ci sono un paio di buoni giocatori, poi se questi giocatori restino oppure no è un punto interrogativo. Tra i buoni giocatori sicuramente c'è anche Zapata, però in questo caso il punto interrogativo è più sulla sua età (ha compiuto 35 anni lo scorso 1 aprile, ndr) e sulle condizioni fisiche (il 5 ottobre 2024 ha subito la lesione del legamento crociato anteriore, del menisco mediale e del menisco laterale del ginocchio sinistro, ndr). Gli altri due sono ovviamente Simeone e Adams, però non ho competenze e conoscenza su quello che succederà a livello di mercato. Quindi insomma, tra tutto il reparto offensivo se rimane con questi giocatori è quello più a posto. Per il resto c’è molto da fare, ripeto, non invidio Petrachi”.

Dai prestiti rientreranno giovani come Cacciamani, Dellavalle, Della Vecchia, Ciammaglichella e Dembélé. Possono rimpolpare la rosa?
“Sì, ci sono questi giovani che tornano da esperienze in altre squadre e credo che due o tre siano abbastanza interessanti. Immagino che l'allenatore gli darà la possibilità di mettersi in mostra. Sarebbe il momento, anche per motivi economici, di trovare uno zoccolo duro con qualche giocatore che arriva dalla Primavera. I giovani possono avere un po' di quello spirito che magari negli ultimi anni per me forse è venuto un po’ meno. Vedere un Torino fatto quasi solo di calciatori stranieri francamente m’intristisce molto, ma non per motivi di sciovinismo o altro che non è così, ma determinate squadre, secondo me, possono avere un'ossatura di giocatori stranieri importante, ad esempio l'Inter, ma l'anno scorso c'erano più giocatori italiani nell'Inter che nel Torino. Il Torino al quale sono abituato e affezionato aveva giocatori italiani, mi sembra il caso magari di rispolverarne qualcuno”.

Petrachi già dal suo arrivo l'aveva detto che voleva puntare su giovani di prospettiva e su calciatori italiani.
“Infatti, ripeto, ho ottima considerazione di Petrachi e fare un discorso di questo tipo potrebbe essere un modo per mettere d'accordo la parte economica che sicuramente non trasuda denari con la parte di crescita della squadra.
Il Torino è una squadra che in tutti gli ultimi anni non ha mai dimostrato speranze di crescita effettiva, perché ogni anno, come anche in questo che sta per iniziare, deve più o meno ricominciare da capo a ricostruire la rosa, riprogettare. Sarebbe quindi il caso, e sono convinto che Petrachi voglia fare così, di creare almeno uno zoccolo duro con il quale negli anni successivi si continui il percorso intrapreso, cosa che negli ultimi tempi sicuramente non è successa”.

Però Petrachi ha un capo che si chiama Urbano Cairo e alla fine l'ultima parola ce l'ha sempre lui nel Torino.
“Non mi piace entrare nelle dinamiche interne della società, ma parliamo di un direttore sportivo che conosce benissimo Cairo e con cui ha lavorato per molti anni. Se Petrachi è tornato in questa realtà lo avrà fatto con la giusta autonomia o l'autonomia logica. Non siamo, in generale, più nei tempi di mio padre che poteva quasi decidere tutto lui in relazione alla gestione societaria e alla campagna acquisti e il presidente Pianelli  aveva una funzione finale marginale perché si teneva anche volutamente disparte da queste decisioni. I tempi attuali vedono molti presidenti che hanno un'ingerenza, consentita dalla loro posizione, nella creazione della squadra e ovviamente a maggior ragione nel budget da mettere a disposizione. Sicuramente Cairo è sempre stato un presidente che ha demandato poco alla parte dirigenziale, credo che fra quelli che abbiano il carisma per poter fare delle scelte e portare avanti delle scelte ci sia Petrachi”.

Cosa servirebbe, cosa dovrebbe accadere affinché lei torni ad aver voglia di guardare le partite del Torino?
“Questa è una bella domanda, devo dire che purtroppo dopo tanti anni di calcio la voglia del calcio è un po' diminuita, quindi non mi focalizzo solo sul Torino e parlo in generale. A me non piace più questo calcio che parte da dietro con questi passaggi di ritorno al portiere, questa costruzione dal basso. Sono probabilmente io, quindi non do in assoluto la colpa al Torino per aver dato poco spettacolo. Sicuramente però è difficile seguire una squadra quando a metà della stagione si trova nel limbo, come quasi sempre succede al Torino negli ultimi anni. Un limbo di classifica nella quale non hai proprio quell'incertezza la domenica, dico la domenica ma nel calcio di oggi può essere un altro giorno, non hai quell'emozione di dire: “Ah, questa è una partita importante, può essere una partita decisiva”. Purtroppo al massimo quest’anno ci si è trovati davanti a  qualche partita importante in negativo, nel senso che magari la perdevi e rischiavi un pochettino, anche se non ci sono mai stati rischi enormi di retrocessione. Il fatto di essere in questa aurea mediocritas toglie un po' di pathos dal piacere di vedere le partite. Ma come dicevo, ultimamente ho poco piacere nel vedere il calcio, per un problema forse mio. In verità, il Mondiale è  abbastanza vivace e quindi qualcosina guardo, ma punto più a guardare il ciclismo”.