La storia siamo (anche) noi

27.02.2015 11:21 di Matteo Maero Twitter:    vedi letture
La storia siamo (anche) noi
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© foto di Alessio Bert

Essere 20enni e tifare Toro è una situazione che definire sfavorevole sarebbe riduttivo. Attenendosi alla linea temporale, un giovane adulto granata si è dovuto sorbire dapprima un peregrinare tra A e B, dopodiché un fallimento ed infine un periodo cadetto tra i peggiori della storia. Questi accadimenti avrebbero fatto desistere chiunque da tifare una tale armata brancaleone: tuttavia, vuoi per i racconti dei padri, vuoi perché questa è una malattia che non va più via, abbiamo ingoiato tutto l'amaro possibile e siamo andati avanti nel nostro cammino di fede, consci che prima o poi la storia ci avrebbe visto spettatori protagonisti e si sarebbe fatta perdonare la colpa di averci fatto nascere alla fine di un ciclo vincente (il sottoscritto aveva 3 mesi quando il Torino vinse l'ultimo trofeo, la Coppa Italia 92/93 ndr).

Un primo contentino, anzi, contentone, è arrivato l'anno scorso con il settimo posto. Cerci-Immobile come Pulici-Graziani, lo stadio pieno, l'Europa afferrata e così via. Emozioni indescrivibili per chi come noi ha vissuto Torino Padova zero a due senza aver vissuto nemmeno un Torino Juventus tre a due.

Tuttavia, dopo la sbornia, si fece largo lo scetticismo sfrenato: "è solo un annata fortunata", "stiamo attenti a non retorcedere", "senza quei due siamo fritti" e così via. Insomma, noi ventenni avremmo fatto meglio ad accontentarci ed a smettere di sognare di vivere qualcosa che si avvicinasse considerevolmente a quegli ingialliti video di YouTube che ormai "consumiamo" abitualmente. I primi mesi di campionato avvalorano dolorosamente questa tesi accontentista.

Invece no. Con uno spirito simile a quello che solo la gioventù conosce, il Toro ha invertito la sorte, alternando i piccoli ai grandi passi, senza mai fermarsi. Tuttavia, è chiaro che nell'aria ci sia voglia di balzare, di assaggiare la storia.

L'occasione si presenta sotto forma di Athletic Bilbao. Maggiore tecnica, maggiore pedigree europeo, maggiore blasone: sembra tutto pronto per una bella gita fuori porta. All'andata il Toro dà battaglia: sembra uno sforzo estremo, ma il risultato (2-2) non lo avvalora. Scomodo, scomodissimo. Ma accontentiamoci, potevamo essere già fuori.

Prima della meravigliosa partita di ritorno, molti di noi si preparano a supportare il Toro come si supporta un morente: sai che perirà, ma gli rimani vicino perché non vorresti essere da nessun altra parte. Invece accade il miracolo, tecnico più che religioso. Nessun'altra parola sintentizza al meglio cosa ha rappresentato per noi vent'enni (e non solo) questa vittoria: "Non riesco ancora a realizzarlo, partire con l'idea di divertirsi e basta sapendo che era solo una gita e ritrovarsi a piangere per aver passato il turno non ha prezzo. Ancora una volta sono fiera di queste 15 ore di viaggio, di una giornata sotto il diluvio, di essermi riempita di tachipirina ancora solo per te.​"

Da oggi, abbiamo anche noi il nostro piccolo iniziale pezzo di storia da raccontare ai nostri figli. Chi eravamo, dove eravamo, come eravamo: quello stupendo 26 febbraio 2015 sarà descritto nei minimi particolari nei tempi a venire, a testimonianza di un'impresa che va oltre il calcio, così come ogni episodio della storia Granata che si rispetti. Che da oggi, diventa anche un po' nostra.