Toro-Padova nel nome del Paròn
Marco Bernardini
Dicono che in qualche casa di Padova, piazzati in bellamostra, esistano alcuni collage in Kodac che ritraggono l'immagine, ispirata, di Sant'Antonio e quella, terragna, di Nereo Rocco. Non stento a crederlo. Dicono che in qualche antico appartamento di Torino, con a fianco un mazzolin di fiori, vecchi ex operai Fiat tengano in salotto un quadretto con le immagini di Palmiro Togliatti e di Nereo Rocco. E' assolutamente possibile. I totem, di qualsiasi natura, fanno parte dei nostri tesori più intimi. Mi sembra il caso di doverne parlare perchè, giustappunto, oggi allo stadio Olimpico torinese è in cartellone Toro-Padova.
Un filo rosso di estrema suggestione fa da ponte all' evento il cui senso del magico si trova tra le pieghe di una memoria incancellabile e capace di andare oltre i confini del fatto sportivo. Una passerella che unisce l'anno 1954, il momento in cui un allenatore di pallone chiamato Paròn venne ingaggiato dal Padova, a quello del 1964, la stagione della rivoluzione granata per la cui attuazione il neo presidente Orfeo Pianelli volle co sè lo stesso personaggio. Dieci anni, per il salto da un polo all'altro. Numero cabalisticamente nevralgico. Al pari di tanti altri piccoli segnali capaci di trasformare una storia, questa appunto, in una sorta di favola.
Per quattro anni, decisamente, fu il Padova più bello. Comunque la squadra in grado di creare problemi ai potentati del pallone e di porre la firma in calce a un un terzo posto nella classifica finale alle spalle di Juventus e Fiorentina. Era il Cinquantotto, ultimo giro di valzer di Rocco con il suo Padova. Incredibile. Era il Torino più bello, dopo la strage di Superga. Esattamente dieci anni dopo stesso piazzamento in campionato per i granata, terzi questa volta dietro Inter e Milan. E anche quella fu la stagione del congedo tra il tecnico e la società per la quale aveva lavorato. A rileggere quelle pagine, oggi, viene da pensare che un folletto dei boschi, amico del burlone Puck, avesse scritto la sceneggiatura per un film diretto dalla Fata Turchina. La commedia dei prodigi.
E leggendari furono due "figli" adottivi del Paròn, anche loro passeggeri e testimoni di una doppia realtà persino utraterrena. Kurt Hamrin, voluto a Padova da Rocco con la cocciutaggine del mulo triestino. Gigi Meroni, preteso al Torino dall'allenatore per poter spruzzare sulla sua squadra di granatieri la polverina del genio. Kurt, il biondo svedese, venne soprannominato l'uccellino. Gigi, l'anarchico artista, si meritò l'appellativo di farfalla. Entrambi sapevano volare, anche se il secondo lo fece andando troppo in alto e troppo presto. Era quello il Padova di Rocco, Era quello il Torino di Rocco. Furono due mondi, esclusivi e gemelli fatti a immagine e somiglianza del Paròn, destinati all'eternità. Proprio come una fotografia, oggi più che mai viva e attuale, in onore a ciò che accadrà all'Olimpico. Quella del Paròn. Se con Togliatti o con Sant'Antonio, come comprimari, fa lo stesso.
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