ESCLUSIVA TG – Alberto Manassero: “Il Toro ha una storia unica e mi domando perché Cairo nel calcio e nel Torino non voglia fare bene”

ESCLUSIVA TG – Alberto Manassero: “Il Toro ha una storia unica e mi domando perché Cairo nel calcio e nel Torino non voglia fare bene”
Alberto Manassero
Oggi alle 08:00Primo Piano
di Elena Rossin
fonte Elena Rossin
Il libro “La storia del Torino. Il romanzo granata” è stato lo spunto per una chiacchierata sul Toro con l’autore Alberto Manassero toccando punti salienti dell’attualità

Alberto Manassero è stato intervistato in esclusiva da TorinoGranata.it. Manassero è un giornalista, ex di Tuttosport, scrittore e tifoso del Toro. Con lui abbiamo parlato del suo ultimo libro “La storia del Torino. Il romanzo granata”, edito da Diarkos e che uscirà nelle librerie mercoledì 15, e del Torino attuale.

“La storia del Torino. Il romanzo granata” per tipologia di stile si avvicina più al “Decameron” del Boccaccio oppure “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust? Come nasce il libro?
“Citando queste due opere mi sa che andiamo troppo in alto. Nel 2019 sempre per la casa editrice Diarkos scrissi “Il Grande Torino. Gli Immortali” che come dice il titolo parla della storia del Grande Torino e quando mi proposero di scriverla dissi che c’erano fior di colleghi e anche scrittori storici che avevano fatto ottime opere e non sapevo se fosse il caso di aggiungerne un’altra, ma mi chiesero di scriverla e allora cercai una chiave per raccontare la storia del Grande Torino, meravigliosa e tremenda, in maniera un po' diversa e così mi venne l'idea di far parlare il Filadelfia perché in fondo a noi tifosi del Toro il Filadelfia, soprattutto quello vecchio, ha sempre parlato quando ci andavamo e anche quando non c'era più ed erano rimasti solo più i ruderi ci parlava. Questa volta Diarkos, per la collana sulle grandi squadre di calcio, mi ha chiesto di raccontare la storia del Toro e anche questa volta ho cercato di non scrivere il solito “C’era una volta”. Per cui forse ha uno stile più al “Decameron” di Boccaccio visto che ci sono cinque amici che si ritrovano per delle merende sinoire, oggi si chiamano apericena. Questi cinque amici sono tutti granatissimi appassionati non solo di calcio, ma anche di cultura della storia, del ricordo e posseggono tanti libri, ritagli di giornali e custodiscono ricordi, anche personali, che ogni volta raccontano. In ogni racconto c’è un episodio, un personaggio o un periodo della storia del Toro.
Si tratta di una narrazione un po' sparpagliata in cui si cerca di ricostruire quelli che sono stati i 120 anni di storia ufficiale, perché poi le radici del Torino sono ben antecedenti al 1906. Attraverso questi racconti si ricostruisce un po' quella che è la storia, ma anche l'anima di questa squadra di calcio abbastanza particolare e di questa tifoseria molto originale, unica. Così è nato il libro “La storia del Torino. Il romanzo granata”. Quest’opera permette anche un po' di far parlare la nostra anima granata. Io sono un tifoso del Toro, anche se ho fatto il giornalista cercando di essere sempre onesto nei giudizi, ma senza mai dimenticare che comunque il cuore è granata. Nel libro ho quindi fatto parlare un po' anche la pancia, il cuore e l'anima di quelli che sono i sentimenti generali che hanno avuto tutti i tifosi del Torino in oltre un secolo. Sentimenti che ci hanno animato e in gran parte ci animano anche adesso che il calcio è così tanto cambiato”.

I tifosi del Torino da febbraio in poi, con la sola eccezione del derby, sono arrivati al punto di non entrare allo stadio nelle partite casalinghe per protesta contro la gestione del club da parte del presidente Cairo. Una scelta sicuramente dolorosa, ma forte. Da tifoso come spiega questa forma di contestazione estrema?
“I miei sentimenti si dividono in due, perché scrivendo questo libro ho rivissuto,  riletto, ricercato e trovato sui giornali d'epoca o in altri libri ricordi di tanti momenti di tensione che ci sono stati tra la società, la squadra e la tifoseria. Di queste tensioni ce ne sono alcune che con l'occhio di oggi sembrano quasi assurde contestazioni fatte a Presidenti che li avessimo adesso, a società o squadre che le avessimo oggi. Purtroppo cambiano i sentimenti, sono cambiati i tempi e cambia tutto. Una volta la protesta, ancorché dovesse sempre restare nei limiti della decenza e della non violenza, poteva assumere toni molto più plateali. Era possibile fare gesti magari anche un po' più, chiamiamogli, estremi senza incorrere in chissà quali sanzioni. Adesso il tifoso non ha più nessuna arma per difendere la propria bandiera perché appena alza un dito anche non in modo non violento esponendo uno striscione o facendo un coro oppure un assembramento partono a torto o a ragione i Daspo e varie altre cose. Quindi il tifoso di tutte le squadre adesso ha solo un modo per contestare: i soldi. Il denaro purtroppo è diventato l'unico credo del calcio e quindi l'unica soluzione è non dare soldi o non dare calore alla squadra e non comprare i prodotti del merchandising.
Il calcio è diventato solo più una merce e quindi a malincuore il tifoso del Toro ha dovuto adottare questa forma estrema di contestazione di far mancare il sostegno anche alla squadra. Cosa mai accaduta prima perché il tifoso del Toro ha sempre cercato di dividere i risultati dall’impegno dei giocatori chiunque fossero purché provassero a dare tutto, tanto o poco che avessero, ricevevano il sostegno dei tifosi.
Da un lato quindi trovo sbagliato abbandonare la squadra, anche se magari si tratta di una squadretta dove ci sono giocatori forse non proprio tutti dediti al massimo impegno. Alcuni sembrano lavativi e magari non lo sono neanche, perché poi tutto dipende sempre dal contesto in cui un giocatore si trova ad agire. E dall'altro mi rendo conto che il fatto di lasciare lo stadio semivuoto sia l'unico segnale ben evidente di una protesta fatta da una tifoseria che ha ben d'onde di chiedere di meglio e di più. Non si tratta sono solo di vittorie, ma è proprio un sistema di fare calcio che, secondo me, con il Torino vero non ha niente a che fare. Ho visto dei Torino molto più scadenti di quelli degli ultimi anni, ma che avevano comunque moti d'orgoglio, uno spirito d’appartenenza, uno animo battagliero, un modo di porsi in campo e non solo ben differenti. Quindi lo stadio vuoto forse è l'unica maniera che ha il tifoso per alzare alto il grido di aiuto”.

Il senso di appartenenza emerge nel suo libro. Venerdì nella conferenza stampa di presentazione del nuovo allenatore Abate, sia Petrachi, il direttore sportivo, sia lo stesso Abate, hanno parlato proprio di questo, del voler ridare senso d’appartenenza, orgoglio e far sì che i tifosi siano orgogliosi di questa squadra. Queste parole che cosa hanno suscitato in lei?
“Credo che ci sia della sincerità nelle loro parole. Abate è appena arrivato, però mi sembra un ragazzo pulito e che abbia tutta la voglia di tramutare in realtà quello che ha detto. Credo anche nell’onestà dei propositi di Petrachi, con cui tra l'altro ha avuto grandi scontri nella sua prima lunga esperienza nel Torino e quindi non sono un suo amico.
Il problema è che nel Torino FC negli ultimi 20 anni tradurre in realtà quelli che sono i propositi è spesso diventato impossibile. Ed è accaduto anche quando ci sono state le possibilità, persino quando alcune cose sono state fatte bene come nell'epoca di Petrachi e Ventura, però poi alla fine è sempre mancato un soldo per fare la lira. E’ sempre mancato qualcosina per completare un'opera che era necessaria. Si può non essere pieni di soldi, ma se si fanno le cose per bene e le si completa si possono raggiungere traguardi soddisfacenti, non dico la vetta però almeno si può fare anche solo un passettino in più che permette oltretutto di perdere meno soldi in prospettiva.
Petrachi e Abate vogliono intraprendere un nuovo corso puntando sui giovani, ma per crescere serenamente i ragazzi devono avere intorno una base solida che garantisce un substrato di fondo nella quale il giovane può anche sbagliare senza compromettere l'insieme. Al giovane non si può chiedere tutto e subito ed è per questo che bisogna avere la forza di sostenerlo, di metterlo in un organico già rodato in modo che possa inserirsi un po' alla volta. E’ tutto un insieme che deve esserci. Tornando a Petrachi e Abate, credo che le loro parole siano sincere, ma diventano vuote se poi la società non fornisce loro i primi denari, il budget, la disponibilità al sacrificio al fine di allestire, attraverso giocatori che servono a far crescere i giovani, una squadra dignitosa che possa crescere nel tempo”.

Ne “La storia del Torino. Il romanzo granata” si parla anche di  giocatori. Qual è quello che per lei è stato il più significativo?
“Per me Giorgio Ferrini. Lui è l'esempio, è lo spirito del Toro. In lui sono racchiuse tutte le problematiche belle e brutte granata. La sua storia è pazzesca. Credo che Giorgio Ferrini come giocatore per temperamento sia il giocatore che più di tutti ha impersonificato quello che è il Toro. Non a caso il Toro è pieno di tragicità e di fatti negativi, spesso quasi sempre assurdi, inspiegabili, agghiaccianti. Il destino ha tolto ci ha tolto questo personaggio che sarebbe stato fondamentale anche fuori dal campo. E’ a lui che dovrebbe rifarsi chi vuole fare il Toro studiando bene questa persona e intendo prima l’uomo del calciatore e del campione.
Certo ci sono stati altri giocatori fantastici, quelli del Grande Torino sono fuori concorso, ma nell'anno dello Scudetto, ma negli anni precedenti all’ultimo scudetto, nel Torino di Giagnoni del 1972, al quale fu rubato almeno uno scudetto, era pieno di gente da Toro: Agroppi uno per tutti, Cereser, ma potrei citarli tutti. Credo però che Ferrini sia veramente il capitano con la C maiuscola. Al di là della qualità è inarrivabile. Forse è il giocatore più forte della storia del calcio come Valentino Mazzola. Ferrini ha proprio tutti i crismi, lui è il Toro”.

A parte il Grande Torino e il Toro del ‘76, che sono fuori classifica perché sarebbe fin troppo facile dire uno di questi due Toro, ma qual è quello che lei ha nel cuore?
“Se sto alla storia, leggendo quello che non ho potuto vivere in prima persona, ma che conosco dai resoconti, ce ne sono tanti, ma il Toro degli anni ’20 quello dei due scudetti, uno assurdamente revocato, è pieno di bellezza e di bei personaggi. Ma quello a cui sono più legato credo sia proprio quello del ’72. Io sono del 1963 e probabilmente è anche il primo toro di cui ho davvero coscienza. Già nel ‘68-‘69 c’era stato un bel Toro, ma ero veramente bambino. Invece  ho cominciato ad avere piena contezza di cosa fosse il pallone e il Toro agli inizi degli anni ‘70 e credo che il Toro del ‘72 di Giagnoni sia il massimo esempio perché univa un po' le caratteristiche di grinta, ma anche di qualità di gioco e di valori morali della nostro anima e del nostro spirito.
Poi bellissimo, ma ero già adulto e cominciavo a fare giornalista, il Toro di metà anni ‘80, quello di Dossena e Junior. Forse uno dei Toro più belli che ho vissuto insieme a quello della finale di Amsterdam, che mi ricorda molto il Toro di Giagnoni del ‘72”.

Il libro arriva fino al termine dello scorso campionato, che tipo di storia incarna il Torino di oggi?
“Gli ultimi vent’anni, non lo dico io bensì i fatti, il Toro è caratterizzato dal peggior presidente della storia granata. In passato ce ne sono stati alcuni tremendi che hanno conseguito risultati negativi, ma sono rimasti in carica pochi anni. La lunghezza della presidenza Cairo lo fa definire in questo modo. Uno può sbagliare, ma poi può anche rimediare, riprendersi, cambiare. E invece la costante mediocrità dell’era firmata Cairo lo rende il peggior presidente della storia. Malgrado sia il più longevo di tutti sembra non aver imparato nulla. Questa purtroppo è una sentenza dettata dalla storia e lo dicono i fatti.
Per carità anche in questo ventennio ci sono stati dei momenti non dico esaltanti, ma che potevano portare la gestione del club sulla buona strada. Però anche quando c’era una bella squadra sulla quale si sarebbe potuto costruire un ciclo non dico con trionfi, ma che avesse la possibilità di qualche successo, di avere una continuità nelle frequentazione delle coppe europee, di arrivare più avanti dei quarti in Coppa Italia o più in alto del 7° posto in campionato, sempre queste squadre che potevano crescere sono state stroncate con cessioni dei migliori giocatori o mancati rinforzi oppure mancati sostituti adeguati di chi era stato venduto. Lasciamo poi perdere gli ultimi anni che sono stati veramente un disastro. Nel libro emerge ahimè questo, ma non lo dico io perché ho usato molte citazioni di articoli di colleghi. Non mi ergo a censore o voglio essere colui che ha la verità in tasca, ma ho preso pareri di altri colleghi più autorevoli di me che raccontano ciò che è stato l’ultimo ventennio.
Il fallimento, tremendo, ha anche un po’ modificato geneticamente molti tifosi del Torino creando in loro il terrore della sparizione, li capisco. E questa credo che sia stata la cosa più grave, però penso che il fallimento sarebbe potuto essere un’opportunità perché partendo da zero si ha la possibilità di sgravarsi di tanti pesi, zavorre inutili e costruire qualcosa di nuovo che per il Torino avrebbe dovuto avere radici nella propria storia e nelle proprie caratteristiche, ma questo non è stato fatto. Il Torino FC è completamente sradicato e ha tagliato ogni radice e ogni vaco che portava linfa anche ai Toro che nel passato sono stai più poveri.
Dal libro emerge che il Toro ha sempre auto 2-3 linee guida che l’hanno tenuto in alto o mantenuto in vita nei momenti più difficili. Uno di questi è il vivaio, ma da questo punto di vista, purtroppo, non è quasi stato costruito nulla o comunque non ricostruito come si dovrebbe”.     

Quale personaggio del mondo Toro ha uno spazio rilevante nel suo libro?
“Credo che la “scuola Filadelfia”, che è un insieme di tante persone in tante epoche diverse, lo sia, ma non voglio che sembri retorica. Quando dico “scuola Filadelfia” non parlo solo ovviamente di ciò che era quello splendido stadio del 1926, ma del modo di costruire calciatori e uomini. Un modo che contemplava personaggi come Ussello, maestri come Rabitti, fino anche ai più recenti Sala e Rampanti o andando più indietro ai “Balon Boys” degli anni ‘30, credo che sia quella la fucina ed è quello che aveva intuito e forzato Pianelli. Perché Pianelli oltre a fare una grande società, più di una grande squadra, purtroppo una sola veramente vincente ma non solo per colpa sua, forse gli investimenti più cospicui li fece proprio nel vivaio e quel vivaio lì mantenne in vita e in alto il Torino per molti anni anche dopo che Pianelli se n'era andato dalla presidenza, infatti rifornì giocatori fino alle soglie degli anni 2000. Per cui credo che più che un personaggio sia la “scuola Filadelfia” ad emergere nitida perché era una scuola non solo di pallone, ma anche di vita e valeva anche per i tifosi poiché al Filadelfia s’imparava il Toro e la vita. Lo imparavano i calciatori, i giovani, i ragazzini e lo imparavano i tifosi”.

Qual è stato il capitolo o l'episodio del libro che è stato più facile, ma anche allo stesso tempo più difficile da scrivere?
“Nessuno in particolare, ma forse avendo fatto un libro bello spesso sul Grande Torino, condensare proprio il Grande Torino in non tante pagine è stata la cosa più difficile, anche un po' quasi incresciosa. Dentro di me mi sembrava quasi un insulto dover sintetizzare in uno spazio breve una storia così grande e anche complessa, meritevole di essere sempre riscoperta, approfondita, studiata dalle origini, fin da come è nata e come è andata avanti e purtroppo come è finita”.

Cosa si augura che comprenda chi leggerà “La storia del Torino. Il romanzo granata”?
“Innanzitutto spero che chi lo leggerà non gli dispiaccia e che magari qualcuno vi si riconosca. Mi auguro che leggendolo si possa capire che anche al giorno d'oggi, in cui oggettivamente il mondo è stracambiato e il calcio è stravolto rispetto a quello dell’epoca in cui siamo cresciuti, si possa fare un Toro vero senza buttare via i soldi.
Un'altra delle cose che in punto a Cairo è proprio quella che non c'era bisogno di spendere di più, ma soltanto di spendere meglio, di programmare meglio, di costruire una società funzionale lo insegna la storia del Torino ed è la base poi per poter fare bene in campo. Sia chiaro, non vuol dire avere 700 mila dirigenti, ma vuol dire costruire le con raziocinio, scegliere le persone giuste e dar loro fiducia e tempo. Se poi sbagliano si possono anche cambiare, ma è importante  dare fiducia alle persone scelte. Servono tre o quattro persone a cui ci si deve affidare che sanno di calcio e sanno di Toro e allora così magari poi si costruisce un buon vivaio e si forma un gruppo di osservatori che possono lavorare bene e lo si può fare spendendo gli stessi soldi che ha speso Cairo in questi vent'anni avendo risultati e, soprattutto, una crescita ben differente”.

Crede nella cessione del Torino?
“Non so, penso che prima o poi succederà perché nulla è eterno pur con tutte le incognite che la storia ci insegna. Ahimè a Torino, anche se non c'è più il dominio Fiat e degli Agnelli, cosa questa che mi sembra abbastanza sorpassata, è sempre stato difficilissimo trovare un'alternativa a una presidenza. Trovare qualcuno di credibile che avesse il coraggio di emergere qui o di arrivare da fuori per emergere qui con il Torino. Ormai il calcio è in mano ai fondi che fanno ovviamente paura visto che sono senz’anima e senza volto essendo strutture che a me danno poca fiducia nel calcio. Però oggettivamente credo che sia arrivato il momento di un cambiamento, anche perché dopo 20 anni di tentativi, la mediocrità come unico risultato e la paura di un fallimento sportivo costantemente sulla testa, serve voltare pagina. Ma lo dico sinceramente, non ci credo finché non lo vedo. So per certo che anni fa ci fu un tentativo serio di comprare il Torino e fu malamente respinto. Non so negli ultimi anni cosa ci sia stato di concreto, qualcosa c'è stato, ma non so fino a che punto sia stato davvero concreto. Credo anche che le pretese economiche di Cairo possano spaventare eventuali acquirenti. Nel caso ci sia qualcosa di veramente concreto e di serio probabilmente non sarà una trattativa facile e breve. Con una nuova stagione alle porte, se ci fosse stato qualcosa di serio in termini di trattative si sarebbe già dovuto realizzare. Penso quindi che da qui a un anno forse si capirà di più, ma ci andranno parecchi mesi, sempre che emerga veramente, concretamente un'entità seriamente decisa ad acquistare il Torino”.

Se da tifoso potesse avere un confronto faccia a faccia con Cairo cosa gli direbbe? O cosa gli chiederebbe?
“Secondo me, Urbano Cairo, e l'ha dimostrato nelle sue altre attività, ha capacità, ma la sua esperienza nel calcio è veramente un controsenso. Ripeto, spendendo gli stessi soldi poteva fare molto meglio al Torino e magari poi gliene sarebbero tornati indietro molti altri in più. Se l'ha fatto l'Atalanta che ha un bacino d’utenza minuscolo rispetto a quello del Torino, è inspiegabile che non si possa fare lo stesso, anzi ben di più. Bastava fare discorsi chiari, magari dicendo che per alcuni anni sarebbe stata una sofferenza perché bisognava costruire piano piano. Nel libro emerge questo anche, nell'immediato ritorno in Serie A dopo il fallimento in quella stagione del 2005 sia stato illusorio. Non so come spiegarlo, ma ha un po' fregato Cairo. Da un certo punto di vista è stato positivo, bellissimo, dall'altro forse gli ha inseminato nella testa il fatto che fare calcio, farlo bene e vincere fosse facile. Ed è lì che forse ha cominciato a sbagliare. Credo che lui avesse le possibilità, ma adesso la vedo dura che possa cambiare perché il 99% dei tifosi non lo sopporta più e, soprattutto, non crede a quello che dice e ancora meno a quello che fa. Diventa veramente dura fare le cose bene, per carità glielo auguro, magari di colpo rinsavisce, però vent'anni sono tanti, possibilità di fare bene ne ha avute parecchie. E’ anche un dispiacere, tra il fallimento e il fatto che lui fosse comunque una persona così attiva, piena di risorse, come ha dimostrato nelle altre attività, ed è un mistero perché nel calcio, nel Toro questo non gli riesca minimamente. Magari però non vuole. Ma perché non vuole? E’ assurdo. Nessuno gli chiede o pretende che il Torino vinca lo scudetto, ma se si costruisce una macchina che funziona è un bene per tutti. E’ evidente che se oggi venisse fuori un nuovo Pulici nel Toro non lo si potrebbe tenere più di uno, due o al massimo tre anni però con i soldi della vendita puoi fare molto. Quando fu venduto Bremer con quei soldi si sarebbero dovuti costruire altri 5 Bremer e poi magari qualcuno resta in squadra qualche anno in più. Al Torino è mancato il costruire un ciclo come ha fatto l’Atalanta. Ecco proprio l’Atalanta non è che non abbia venduto i giocatori forti che aveva, anzi li ha venduti benissimo, ma ha comprato meglio e qualche volta ha persino speso un po’ di più di quello che avrebbe voluto, ma da quelle spese sono usciti altri giocatori forti che le hanno permesso poi di incassare altri milioni. E’ questo che non capisco perché sarebbe nell’interesse di Cairo fare bene e invece non vuole fare bene con il Torino. Perché? E una domanda che non ha risposta o che ne ha di ridicole al giorno d’oggi. Rileggendo e riscrivendo la storia del Toro è evidente che Torino fosse dominata dalla famiglia reale italiana che erano gli Agnelli e qui a Torino si poteva andare fino a un certo punto, ma non oltre. Adesso però onestamente questa cosa fa un po’ ridere perché la Juventus ha da pensare ai suoi problemi così come l’ex famiglia Agnelli ed eredi. Molti pensano che Cairo sia manovrato dagli Agnelli, ma questo mi sembra poco credibile e quindi mi domando: perché Cairo nel calcio e nel Torino non vuole fare bene?”.