Calcio italiano, una crisi profonda

21.08.2010 16:58 di Marina Beccuti   vedi letture
Calcio italiano, una crisi profonda
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© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Flavio Bacile

 

Il calcio italiano resta una delle prime industrie del paese con un giro d’affari che si aggira ben oltre i 6000 ml di euro l’anno, con un indotto ne copre da solo quasi il 90%, il che significa che gli italiani restano un popolo di spendaccioni per il calcio, tra tv, biglietti, abbigliamento sportivo, merchandising, quest’ultimo quasi mai di prima fattura, visto i costi eccessivi di quello ufficiale.
Eppure, nonostante questo, il calcio del bel paese, quello che era definito con una punta di trionfalismo, il calcio più bello del mondo, soffre di una crisi profonda, talmente radicata, che oggi come oggi le soluzioni adottate sembrano chimere dal passo breve e dal fiato corto, non comunque sufficienti a riportare il calcio italiani sui livelli che gli competono. È verissimo, l’Inter è campione d’Europa, ma assomiglia sempre più ad una multinazionale che non ad una squadra che rappresenti il bel paese, gusto personale s’intende, ognuno è libero di gestire la propria società come crede.


Il declino giunge da lontano, lo stesso Wall Street Journal, che è un quotidiano finanziario e non sportivo, e come tale dovrebbe essere il meno adatto a conoscere le “verità” di casa nostra, punta il dito e scopre la piaga, una piaga per la verità nota, anzi notissima, che rischia di stritolare un giocattolo rotto, i richiami dei vari dirigenti sono solo la punta di un iceberg, ma almeno c’è la coscienza di quello che sta succedendo.


Le ragioni? Sempre le stesse, che poi allontanano spettatori dagli stadi, sponsor, introiti televisivi, grandi giocatori. Per essere più chiari, stadi obsoleti, dove vedere una partita specialmente dalle curve diventa un esercizio di fede, e spesso insicuri, chi di voi porterebbe i propri figli allo stadio in certe partite, gioco deludente, che assomiglia sempre di più al modulo o al catenaccio stile anni 30, grandi campioni assenti, insussistenza di un adeguato marketing (Milan a parte che rappresenta l’eccellenza), società indebitate, risultati in campo internazionale spesso insoddisfacenti. Insomma se negli anni 80-90 Maradona, Platini, Junior, Falcao, Rummenigge, Gullit, Van Basten, Zidane, Mattheus, Zico, Cerezo, Socrates, Whea, ecc….., sceglievano il bel paese, i campioni d’oggi scelgono Spagna ed Inghilterra, e non solo badate bene per gli stipendi, ma perché si gioca un calcio molto più moderno del nostro, dove velocità, tecnica ed agonismo la fanno da padrone, e non si assiste a romanzate per un buffetto ricevuto, ne si tenta di ingannare arbitro e pubblico simulando un fallo da rigore.


Si aggiungano il calcio scommesse 2, calciopoli, che ha fatto perdere l’amore per questo sport ad un numero considerevole di persone, le perquisizioni della guardia di finanza nel 2004 a molti uffici di società appartenenti alla seria A e B, il fallimento di società sportive, ultimi due casi Ancona e Gallipoli che militavano nel campionato cadetto e non su sperduti campi di periferia, i risultati spesso scontati, da obbligare più di una volta le società che si occupano di scommesse a non accettare puntate su quel risultato, l’abbandono o quasi dei settori giovanili, che erano il primo approccio di ragazzi e tifosi alla propria squadra, e in questo pochissime società italiane possono ritenersi all’avanguardia, la crisi del settore arbitrale, crisi profondissima a vari livelli di questo settore, non ultima la decisione della rai di commentare solo uno o due episodi alla moviola, come si stabilisca poi l’importanza degli stessi e tutto da verificare, la mancanza di una cultura sportiva, ed una giustizia quanto meno equa, visto che le regole sembrano a volte non essere uguali per tutti, e la denuncia viene proprio dagli addetti del settore pronti a sottolineare alla fine di ogni partita i torti subiti e mai i vantaggi acquisiti.


Un bel quadretto insomma, ripreso in parte da Repubblica, che ha evidenziato in modo incontrovertibile la crisi finanziaria del calcio italiano, con introiti in calo, televisivi in primis, la crisi del biglietto, quindi meno pubblicità e sponsor, il merchandising che va sempre peggio, con il pericolo dietro l’angolo di un declassamento del calcio italiano, con i più bravi, allenatori compresi, pronti ad emigrare verso lidi più salutari, Inghilterra, Spagna, ma anche Germania, Russia e Francia che esce da un periodo nero che assomiglia tanto al nostro.


E se lo stesso Ancelotti, uno che nel calcio c’è da una vita e quasi sempre su livelli vincenti, invita il calcio italiano a maturare una nuova mentalità, un nuovo modo culturale di concepire il gioco del calcio, di ripartire dagli stadi che devono essere più accoglienti per le famiglia, di dare sostegno alle società che investono nel settore giovanile, di dare magari un premio a chi riesce a portare un giocatore a livello nazionale, di affidare il calcio a uomini di calcio, come Baggio, Sacchi, Rivera, significa proprio che qualcosa deve cambiare.


C’è da sperare? Penso proprio di si, bisogna cambiare tutti mentalità, affidare il calcio a chi lo ama, ridurre veleni, mettere tutti sullo stesso piano, garantire la vitalità delle società minori, anzi se fosse mai possibile aumentarne il livello tecnico, non avere paura di denunciare torti clamorosi, infine una legislazione più chiara, dare spazio chi ha idee e alla modernità, una maggiore chiarezza nei bilanci che devono essere pubblici ed alla portata di tutti, anche del singolo tifoso.
Tutto questo verrà fatto?


Penso proprio di no, ma io continuo a sperare.