Si dice che i giovani italiani dovrebbero avere più spazio e poi si comprano gli stranieri

Edera e Parigini sono due esempi lampanti del fatto che si “punta” sui giovani giocatori italiani più a parole che a fatti.
13.09.2018 13:30 di Elena Rossin  articolo letto 4629 volte
Fonte: Elena Rossin
Simone Edera
© foto di DANIELE MASCOLO/PHOTOVIEWS
Simone Edera

A lanciare il grido d’allarme è stato il commissario tecnico della Nazionale Roberto Mancini: nelle squadre italiane è concesso poco spazio ai giovani nostrani. Non è il primo commissario tecnico a dirlo e non sarà l’ultimo e lasciamo anche stare che quando Mancini era l’allenatore dell’Inter in rosa c’erano più stranieri di italiani e che lui stesso ha schierato più volte un’intera squadra di stranieri. Ma Mancini ha ragione e il suo grido d’allarme è fondato e non si tratta di campanilismo o di razzismo, meglio metterlo subito in chiaro, prima che qualche benpensante, politico o non politico che sia, usi questo come pretesto per fuorviare un reale problema che in questi ultimi anni si è imposto all’attenzione di tutti poiché la Nazionale ha sempre meno giocatori di qualità e non ottiene risultati soddisfacenti in campo. Il motivo di tutto ciò è semplice da individuare ed è legato al fatto che nei club italiani ci sono tantissimi stranieri e non sempre sono migliori dei ragazzi nostrani, ma per logiche molto probabilmente legate a complessi intrecci di affari economici e forse anche al falso credo che i ragazzi italiani non siano abbastanza forti e mai abbastanza pronti per essere gettati nella mischia gli stranieri finiscono per trovare molto più spazio.     

Anche il Torino non si sottrae a questo andazzo ed Edera e Parigini ne sono gli attuali esempi lampanti. I due giovani cresciuti nel vivaio stanno provando a giocarsi le loro carte in questa annata, ma sono chiusi da altri. Se da una parte Iago Falque ha un’esperienza molto superiore che garantisce a Mazzarri prestazioni con una resa maggiore rispetto ad Edera e Parigini e di conseguenza giustamente è davanti ai due ragazzi italiani, per quel che riguarda Berenguer non si può dire la stessa cosa. Non si tratta di gettare la croce su Alejandro, ma per sviscerare la questione è doveroso fare nomi. Berenguer, Edera e Parigini sono tutti e tre giocatori che hanno età simili (21 Simone, 22 Vittorio e 23 Alejandro), agiscono come esterni d’attacco soprattutto a destra Edera e Parigini e a sinistra Berenguer, ma possono giocare anche sull’altro lato del campo e in altri ruoli come seconda punta Simone, trequartista Vittorio e terzino Alejandro. Li accomuna tutti lo stesso difetto: devono lavorare moltissimo sulla fase difensiva. Edera e Parigini sono più bravi di Berenguer nel saltare l’uomo e vedono di più la porta. Ovviamente hanno una grande voglia di emergere tutti e si stanno sforzando per farlo e come tantissimi altri giovani alle volte oscillano caratterialmente fra il farsi prendere da un po’ di presunzione e altre dal non avere il coraggio di osare. Tenuto conto di questo quadro generale non è possibile non chiedersi perché a Berenguer siano date più chance rispetto a quelle che ricevono Edera e soprattutto Parigini. Certo gli allenatori hanno il polso della situazione e chi giudica da fuori molto meno, però, vedendo certe prestazioni di Berenguer è venuto da chiedersi perché il mister non ha utilizzato qualcun altro? Così come non è facile comprendere perché la scorsa estate il Torino prese Beregnuer spendendo circa sei milioni quando disponeva di Edera (poi tenuto in rosa da Mihajlovic) e Parigini (mandato a Benevento per continuare a farsi le proverbiali ossa) a costo zero poiché ragazzi del vivaio e che avevano e hanno stipendi inferiori? Se Berenguer avesse convinto e sfondato la risposta sarebbe scontata, ma non essendo così gli interrogativi restano eccome. E’ vero che la società granata ha prolungato da pochissimo il contratto ad Edera e a breve potrebbe fare altrettanto con Parigini, ma se poi continuano ad avere poco spazio in campo … fino a che punto ha senso?    

Bisogna dare atto al presidente Cairo che ha abbastanza chiara la questione e che ha anche individuato in buona parte il punto dal quale si potrebbe iniziare per cercare di risolvere il problema come si evince dalle sue parole pronunciate a margine della presentazione del Festival dello Sport di Trento: “Il fatto di far giocare di più gli italiani è una cosa che si dice e che va fatta, poi è chiaro che tutto dipende dagli allenatori che hanno l’obiettivo di vincere le partite e ottenere i loro risultati, è tutto molto complicato e articolato. Sicuramente dovremo cercar di dare più spazio ai nostri ragazzi, le seconde squadre potrebbero essere un modo, e poi guardare come hanno fatto gli altri Paesi in cui le cose stanno andando meglio tipo il Belgio e la Francia. Ci vorrebbero più centri di formazione e bisogna puntare sul miglioramento degli istruttori italiani, ovviamente si pensa agli allenatori delle prime squadre, ma forse oggi è importante pensare a chi allena i bambini a quattordici anni, è lì che si formano i ragazzini”. Ha ragione Cairo sul fatto che si deve migliorare la formazione degli istruttori che allenano i bambini, magari anche prima dei quattordici anni, ma soprattutto il presidente del Torino potrebbe iniziare a chiedere ai suoi allenatori di puntare di più sui ragazzi italiani e ai suoi dirigenti di ingaggiare a parità di valore tecnico giovani nostrani e non stranieri. Le grandi rivoluzioni alle volte iniziano anche grazie alla volontà dei singoli.