Verso il 4 maggio: il tifo granata tra memoria e presente

Verso il 4 maggio: il tifo granata tra memoria e presenteTUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 22:13Notizie
di TG Redazione

Il 4 maggio si salirà ancora. Si sale sempre. Una fiumana di sciarpe granata percorrerà la salita di Superga, sotto il sole o con la pioggia, e poi si fermerà in silenzio mentre qualcuno leggerà i nomi ad uno ad uno. Il nostro capitano. Valentino. Mazzola. Chi ha fatto quella salita almeno una volta sa che è la cosa che più si avvicina a un'esperienza religiosa. Eppure lo si fa. Ogni anno. Perché tifare il Toro non è una scelta: è una missione ereditaria che si tramanda di generazione in generazione, una seconda pelle color sangue che non si toglie nemmeno quando fa male, ...e fa male spesso. Ma chi è, oggi, il tifoso granata? E soprattutto: quanti sono?

Una tifoseria che ha inventato tutto
Prima di rispondere, vale la pena ricordare da dove viene questa gente. I tifosi del Torino non sono tifosi qualunque: sono stati i primi in Italia ad organizzare il tifo, con i Fedelissimi già negli anni '50, precursori dei gruppi ultras.

Sono stati i primi a organizzare una trasferta aerea, i primi ad esporre uno striscione, i primi ad usare i tamburi in curva. Nel 1997 la rivista francese Onze Mondial ha incoronato la Maratona come miglior tifoseria organizzata d'Europa, riconoscimento che seguiva quello ricevuto a metà degli anni '80, quando un sondaggio della Domenica Sportiva l'aveva già incoronata come la curva più bella d'Italia. Un numero 12 ritirato per sempre, assegnato simbolicamente alla curva stessa. Non è folklore: è storia del calcio italiano.

Tutto questo nasce da un mito fondante senza eguali: il Grande Torino, la squadra che poteva essere sconfitta solo dal fato, e che il fato prese in parola il 4 maggio 1949 sulla collina di Superga. Da quel giorno, tifare Toro significa anche portare quel peso. Un peso che non schiaccia, ma definisce.

I numeri: una tifoseria fedele ma in affanno
Sul piano quantitativo, il quadro è preoccupante. Secondo la ricerca Sponsor Value di StageUp e Ipsos, il Torino oscilla tra il nono e il decimo posto tra le tifoserie italiane, con circa 400.000 sostenitori stimati e un calo registrato nelle ultime rilevazioni. Il 4% degli italiani lo considera la squadra del cuore, con un ulteriore 17% di simpatizzanti, secondo il sondaggio European Football Benchmark di Statista.
Ma il dato più inquietante riguarda la città.

Le ultime rilevazioni confermano un trend duale: se nel cuore storico Torino resta spaccata, tra i più giovani il divario si amplia. Tra gli under 25, i tifosi del Toro faticano a superare il 15%, schiacciati da un lungo periodo senza derby vinti e da una squadra raramente protagonista in Europa. La cosiddetta Generazione Cairo, cresciuta senza vittorie e senza slanci, sta lentamente scegliendo altrove o non scegliendo affatto.

Eppure allo stadio ci sono. Oltre 22.000 spettatori di media nelle ultime stagioni, il dato più alto dall'era del ritorno all'Olimpico. Una fedeltà quasi irrazionale, più simile a un atto di resistenza che a una forma di intrattenimento, che chiunque abbia mai passato novanta minuti in Maratona capisce perfettamente. È la stessa passione che continua anche fuori dal campo, tra statistiche, analisi e quote seguite sui portali specializzati, alla ricerca di quel segnale di svolta che il popolo granata aspetta da tempo.  È la stessa fedeltà viscerale che spinge molti tifosi a seguire la squadra anche nelle piattaforme di scommesse, dove i granata più accaniti cercano un bonus ricarica per restare vicini alla squadra anche fuori dallo stadio.

Tifosi divisi, ma non spezzati
Il tifoso granata di oggi è diviso. Da una parte c'è chi porta avanti la tradizione con orgoglio feroce: chi salirà a Superga, chi conosce a memoria i nomi di Mazzola e Meroni, chi considera il Filadelfia un luogo sacro. Dall'altra c'è chi non ne può più: delle promesse disattese, dei migliori giocatori venduti ogni estate, di una gestione percepita come prudente mentre gli altri si prendono l'Europa.

La contestazione a Cairo va avanti da anni, ma nell’ultima stagione ha cambiato forma: meno rumore, più distanza. Meno cortei e più silenzi, con una parte della Maratona che ha scelto forme di dissenso meno visibili ma più profonde. Una frattura emotiva che pesa quanto, se non più, delle proteste plateali del passato. Il giornalista Gian Paolo Ormezzano ha sintetizzato l'identità granata in un decalogo lucido e ironico: essere un buon tifoso del Toro significa non avvertire il fascino del potere, non sentirsi padrone del mondo se la propria squadra vince tutto, e credere nel dogma fondante: "Tutto è meglio che essere juventino".

Chi è, allora, il tifoso granata oggi?
È qualcuno che ha ereditato una fede senza averne mai visto i frutti. Qualcuno che tornerà a Superga ogni 4 maggio perché sente che deve farlo, anche senza aver mai vissuto uno scudetto. Qualcuno che contesta la proprietà con una passione che sarebbe più facile dirottare altrove e che invece rimane. Perché, come si dice in Maratona da generazioni: noi non ci stanchiamo mai. Oscilliamo tra gioie e dolori, ma non abbandoniamo quella maglia. Il tifoso granata oggi è diviso tra memoria e frustrazione, tra orgoglio e rassegnazione. Ma è ancora lì.