Libro “Figli del 4 maggio” i racconti di 300 cuori granata che uniscono la Storia con la solidarietà e la ricerca devolvendo i proventi alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro di Candiolo

Libro “Figli del 4 maggio” i racconti di 300 cuori granata che uniscono la Storia con la solidarietà e la ricerca devolvendo i proventi alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro di Candiolo
Presentazione libro
© foto di Elena Rossin
Oggi alle 12:30Notizie
di Elena Rossin
fonte Dall'inviata alla conferenza stampa Elena Rossin

“Figli del 4 maggio” non è solo un omaggio e un nome che richiama il passato perché i tifosi del Toro sono tutti figli della Storia unica che nasce da una squadra di Campioni quali sono stati i giocatori del Grande Torino che rappresentavano, attraverso lo sport e le loro imprese vittoriose sul campo, la rinascita dopo la seconda guerra mondiale non solo della Città di Torino, ma dell’Italia intera, a prescindere dalla fede calcistica che allora e ancora oggi si può avere. “E’ una Storia – come ha detto Carlo Testa presentando il libro ieri nella Sala delle Colonne del Municipio di Torino -  che viene predicata quotidianamente e alla quale è stato deciso di unirvi due parole magiche: solidarietà e ricerca”. Perché i proventi del libro, edito da Galata, andranno devoluti alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro di Candiolo. L’associazione Figli del 4 maggio si è infatti sempre prodigata a cercare il dialogo, il rispetto e la sensazione di essere tutti uniti per un unico grande obiettivo, quello appunto di sostenere la ricerca sul cancro fatta dall’Istituto di Candiolo. E dalle ore 16 di ieri e fino a Natale il libro sarà in vendita.

Il libro “Figli del 4 maggio” è curato da Carlo Testa e da Franco Ossola, figlio dell’attaccante del Grande Torino, ma è stato scritto raccogliendo ricordi, testimonianze, aneddoti ed emozioni di 300 associati che si sono cimentati nel raccontare storie loro, dei loro genitori e nonni tutti rigorosamente tifosi del Toro. Nel libro ci sono anche fotografie che testimoniano il legame viscerale che unisce il popolo granata alla propria fede calcistica ai valori che da sempre rappresenta l’essere un granata.
Il libro ha un filo conduttore: lega la Storia del Grande Torino a un Torino grande, quello dello scudetto del 1976. Alla base del libro c’è un’idea di collettivo che vuole prendere il Grande Torino e portarlo fuori dallo stadio per portarlo dentro i laboratori di Candiolo dove si fa ricerca per sconfiggere il cancro, nelle piazze e dovrebbe anche essere portato “nelle scuole e nei libri di testo”, come ha detto Testa, “e anche nei social” dando una dimostrazione diversa del calcio perché i valori per i Figli del 4 maggio sono fondamentali. “La ricerca è il valore più alto che si possa dare alla speranza di migliaia di persone”. L’associazione, che quest’anno festeggia i sei anni, ha già per tre volte a portato assegni a Candiolo, ma anche ha donato Fondazione O.A.S.I.-OMG Ets creata dal compianto Don Aldo Rabino, al Sermig e al reparto di oncologia infantile dell’Ospedale Regina Margherita di Torino. 

Alla presentazione del libro “Figli del 4 maggio” oltre a Testa e a Franco Ossola c’erano anche l’assessore allo sport e ai grandi eventi del Comune di Torino Domenico Carretta, il direttore generale della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro di Candiolo Gianmarco Sala, e Claudio Sala capitano del Torino che vinse lo scudetto nel 1976 nonché papà di Gianmarco.

 Domenico Carretta: “Oggi siamo tutti Figli del 4 maggio, lo eravamo ieri e lo saremo domani. E’ un orgoglio straorinario che questo pezzo di Storia importante che ha costruito la comunità dei torinesi venga celebrato qui nel centro di quella che è la casa di tutti i torinesi che è il Palazzo di Città, la Sala delle Colonne. Farlo con Candiolo e con ospiti così importanti è davvero motivo di orgoglio. Ci avviciniamo al 4 maggio e stiamo facendo in modo di rendere la Città sempre più partecipe e protagonista di questo momento che non è solo un momento celebrativo e emozionale, ma che ha costruito dei valori sui quali questa Città è riuscita a diventare tale, a trasformarsi e a diventare qualche cosa di diverso. Qualcuno diceva che gli eroi sono tutti giovani e belli. Quelli del 4 maggio erano giovani, sono giovani, perché quando una tragedia indirizza, in un certo senso, verso il mito si resta giovani e belli perché erano belli, come sono tutti i ragazzi. Belli perché ci hanno insegnato la bellezza delle emozioni, delle tradizioni e di preservare il patrimonio e una città deve preservare il patrimonio. Lo dico sempre, quello del Toro non è solo un patrimonio immobiliare, ma è fatto di sensazioni, di emozioni e di brividi. E quindi quando Testa chiama non risponde l’assessore Carretta, ma è la Città che dice presente. Ma lo dice non solo il 4 maggio quando celebra e onora ogni momento che va a saldare ancora di più quel sentirsi parte di una Storia, ma lo fa tutti i giorni e nel momento in cui come assessore arrivo e un evento sul nuoto e devo rispondere a dieci domande sul Toro che riguardano il progetto (per lo stadio Grande Torino Olimpico e il Robaldo, ndr) e i futuri investimenti, funziona così e bisogna metterci la faccia. La Città ci ha messo la faccia lavorando sulle ipoteche e aprendo quindi a nuove opportunità di sviluppo di una Storia in cui tutti crediamo. Essere qui con voi e con Candiolo, con il quale abbiamo un rapporto straordinario che si è rafforzato negli anni, evento dopo evento, idea dopo idea, è un motivo di grande orgoglio. Questa non è la casa solo dei Figli del 4 maggio, ma di tutti i torinesi che vedono nel 4 maggio un qualcosa che non è riconducibile solo a una fede calcistica bensì a un patrimonio che è diventato mondiale e noi a quel patrimonio cerchiamo sempre di attingere e di presentare questa Storia e questi Eroi tutti giovani e belli. Ringrazio Testa e tutti voi per essere qui in questa casa che deve rappresentare qualche cosa di più di un semplice via vai burocratico, ma ci devono essere delle emozioni che vibrano e rimbalzano fra queste colonne piene di Storia come quelle dei Figli del 4 maggio”.

Per la verità si tratta di un secondo libro, anche il primo conteneva storie raccontate da altri 300 tifosi del Toro, in tutto quindi 600 cuori granata che hanno contribuito pur non essendo scrittori di professione. E Testa ha passato, come lui stesso ha detto, nell’assemblare tutti i racconti “Notti magiche che mi hanno fatto immergere in un mondo, entrando nelle famiglie, nelle persone e in ciò che si può sentire nell’animo”.

Franco Ossola: “Ringrazio l’assessore che ci è sempre vicino. Testa raggiunge un momento di grande soddisfazione e felicità e sono lieto di avergli dato una mano per questa bella cosa. Ricordo che ci siamo interrogati su tutto questo fermento ed emozione che continua a circolare ed è così che è nata l’idea di questo secondo libro, tra l’altro in un anno particolare e speciale perché oltre ai 50 anni dello scudetto in questo 2026 si celebrano i 100 anni del Filadelfia, che fu inaugurato nell’ottobre del 1926 con la famosa partita contro la Fortitudo Roma nella quale il Torino vinse 4 a 0 e il presidente Marone Cinzano, grande e illuminato, fece schierare tutte le squadre dai pulcini che all’epoca si chiamavano biberon, avevano come simbolo proprio un biberon con il Toro rampante, per dare un segno della potenza della squadra che in effetti vinse due scudetti ì, quello del 1926-1927 e quello del ‘27-’28. E altra ricorrenza sono i 120 anni del Torino. I genoani dicono di essere i più anziani perché hanno una testimonianza cartacea della fondazione del Genoa, ma noi abbiamo la testimonianza degli uomini che sono passati dall’Internazionale alla Torinese e poi al Torino. C’è quindi una disputa terribile, ma molto simpatica e sportiva.
Il libro è un momento di intensissima commozione. Ognuno che ha scritto un po’ si è confessato e ha raccontato se stessa o ha ripreso un ricordo o un’emozione, una cosa molto bella che la scrittura concede ed è preziosa. L’opportunità di mettere insieme il Grande Torino e il Torino grande, a loro la “g” maiuscola non la posso concedere, riempiva perfettamente e collimava in pieno con le nostre intenzioni che erano quelle di mettere insieme un po’ tutto il mondo granata, la famiglia granata attraverso questo meraviglioso sincronismo di date: incredibile tre avvenimenti in un’annata sola veramente straordinaria. Mi sono permesso, nelle quattro pagine che ho scritto, di accompagnare i capitani Valentino Mazzola e Claudio Sala in questa bella galoppata, in questa bella Storia e così ho provato ad accostare arditamente i Campioni del 1976 con quelli del Grande Torino, ma non per vezzo bensì per dare il senso di questa forte comunione che nasce e sta nascosta in questo libro e degli eventi stessi. Il fatto che a questa presentazione in un giorno feriale e nel primo pomeriggio ci siano molte persone vuol dire che la solidarietà funziona ed è una cosa importante. Voglio ricordare sue cose recitando la formazione, che alla fine è una filastrocca, del Grande Torino, per me una grande gioia e al contempo una grande commozione, e anche la formazione del 1976: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola e Ossola. Anni dopo arrivano Castellini, Santin, Salvadori, Caporale, Mozzini, Patrizio Sala, Claudio Sala, Pecci, Graziani, Zaccarelli e Pulici. Un ultimo pensiero, la memoria è fondamentale, ma non cammina da sola e quindi va accompagnata prendendola sotto braccio, coltivandola e abbracciarla”.

L’assessore Carretta ha poi detto che “la Città di Torino celebrerà l’8 maggio l’assegnazione del primo scudetto della storia del campionato di calcio in Italia che è stato vinto nel 1898 in un luogo, che adesso è un giardino e si trova davanti all’ospedale Mauriziano, e l’assegnazione di quello scudetto si svolse nel giro di un giorno e lo vinse il Genoa, ma è giusto ricordare il forte legame della Città con la Storia del calcio e sarà deposta una targa e la Fondazione Genoa porterà il modellino del motovelodromo dove si disputò questo campionato e anche quello dell’anno successivo, con le stesse modalità e con società che adesso non esistono più. E poi ci sarà un’atra intitolazione importante quella a Don Aldo Rabino per rendere ancora più saldo il rapporto di questa Città con la Storia che non è solo fatta d’immobili, ma di idee e di emozioni”.

Claudio Sala: “Faccio due riflessioni vedendo questo libro. Noi siamo la Storia. Sono arrivato al Torino nel 1969, dopo un anno trascorso a Napoli, e non conoscevo bene la storia del Toro perché avevo un padre tifoso dell’Inter che mi portava le domeniche a San Siro a vedere l’Inter di Moratti padre. Quando sono arrivato al Torino non ho scelto molto bene perché la Storia è importante, ma è anche ingombrante. E avere nella stessa città una rivalità come quella juventina era un’altra cosa importante. Quindi ho sempre cercato di mettere tutta la mia passione per il gioco del calcio in questa squadra che ha rappresentato per me un cambio di personalità. Quando ho iniziato a giocare a Monza e al Napoli ero più bello che pratico, ma quando sono arrivato a Torino ho conosciuto dei compagni eccezionali e la maggior parte di quei ragazzi arrivava dal settore giovanile che ha fatto sì che quella squadra e le altre successive avessero una continuità che forse altre squadre non avevano. A Napoli era il primo anno che giocavo lontano da casa ed è stata dura perché davanti avevo in attacco Canè, Juliano, Altafini, Sivori e Barison e come riserve io, Salvi e Montefusco. Quando sono arrivato al Toro ho capito che dovevo cambiare e diventare più “cattivo”, non voleva dire dare gomitate perché non le ho mai date, ma forse qualcuna l’ho ricevuta. Per cui ho sempre cercato di crescere sempre di più in questa squadra. E questa squadra in effetti mi ha ripagato perché dopo tre anni siamo riusciti ad avvicinarci allo scudetto. Quando perdemmo lo scudetto per un punto c’erano giocatori come Fossati, Puia, Cereser, Agroppi, Rampanti, Ferrini e Pulici, tutti giocatori che hanno contribuito a far sì che quella squadra di Giagnoni, è stato il primo allenatore a farci avvicinare allo scudetto, abbia potuto esprimere il suo valore. Per me giocare nel Torino è stato sempre molto importante perché avevamo un pochino tutti contro. Era una squadra che ha cercato di rialzare la testa e poi ha avuto la Tragedia non solo di Superga, ma poi anche di Meroni e quindi questa squadra aveva bisogno di qualche cosa d’importante e un gioco da parte mia molto più lineare e tecnico. Avrei potuto fare la stessa cosa, ma dovevo a quei ragazzi una cosa che ha finito per fa sì che diventassi un giocatore non solo bravo dal punto di vista tecnico, ma anche da quello caratteriale.
Per me quel sogno di giocare in una squadra come il Toro ha rappresentato 11 anni di carriera con vari risultati sfiorando la vittoria del campionato in 4-5 occasioni e per me soprattutto quella stagione è stata un grande merito. Quel campionato nacque sotto brutti episodi, nel senso che Radice, che avevo già avuto come allenatore ai tempi del Monza, diede la fascia da capitano a me, ma forse la fascia la meritava Pulici che era arrivato in granata un anno prima di me. A Paolo lo spiegai che a 20-21 anni ero il capitano al Monza ed era per questo che Radice diede la fascia a me. Radice mi trasformò anche dal punto di vista tattico perché nel Monza giocavo col numero 10 e al Torino col 7, ma dell’ala avevo ben poco e non avevo la velocità, ma avevo la voglia la grinta e un grande dribbling che mi ha permesso di superare tante cose e infatti nel Toro ho giocato col 7, l’8, il 9, il 10 e l’11 e nel Napoli col 7 col 9 e col 10 quindi ero un giocatore destinato a ricoprire tutti i ruoli dell’attacco. Un anno qualcuno, Fabbri, mi ha fatto giocare come falso nueve con Pulici a destra e Graziani a sinistra, ma così non andava perché le due punte non agivano mai da sole perché avevano bisogno l’uno dell’altro però erano a 50 metri di distanza e, purtroppo, anche questo ha fatto sì che perdetti la Nazionale, c’ero andato e vi esordii quando ancora c’era Valcareggi, ma la riconquistai e arrivammo a giocarci il Mondiale in Argentina.
In Argentina eravamo sei del Toro, praticamente tutto l’attacco più Patrizio Sala e doveva esserci anche Castelli come terzo portiere, che però litigò con Radice che non lo fece più giocare nelle ultime partite e così fu estromesso dalla lista dei 23. Noi del Toro partimmo per l’Argentina con grande entusiasmo, ma dopo un po’ capimmo che eravamo le riserve perché la Juventus aveva otto o nove giocatori e tutta la Nazionale era basata sulla Juventus e Bearzot sposò in pieno questa linea. Quando arrivò la partita con l’Argentina, sia noi sia loro eravamo già qualificati per il turno successivo, pensammo che avremmo potuto giocare noi del Toro, ma l’Argentina voleva restare a Buenos Aires, mentre per noi era indifferente giocare lì, se avessimo vinto, oppure a Rosario o altrove, e allora schierò tutti i titolari e così la mattina della partita vedemmo Bearzot che si coccolava uno per volta quelli della Juve ed evidentemente chiedeva loro se se la sentivano di giocare e se non se la fossero sentita allora li avrebbe fatti riposare, ma tutti loro dissero che se la sentivano e così giocarono loro e non noi. In quell’occasione noi del Toro patimmo. Sei o sette giocatori possono determinare la forza di una squadra. Faccio l’esempio di Pulici che nel 1974 fu convocato per i Mondiali in Germania e nel 1978 con noi per quello in Argentina, ma nessuna delle due volte ha giocato neppure per un minuto. Quando un allenatore, Bearzot, non riesce a capire che ogni tanto bisogna dare una soddisfazione anche a chi gioca meno …. Comprensibile che se si gioca con il blocco di una squadra questi si ritrovino in campo con maggiore facilità rispetto a schierare una formazione in Nazionale con calciatori provenienti da squadre differenti che è quindi meno facile amalgamarli.
Quella stagione fu quindi vissuta un po’ cosi e quel 16 maggio ha rappresentato la nostra vittoria nei confronti di tutti e contro tutti, anche perché il campionato iniziò con la sconfitta a Bologna per 1 a 0 con gol di Bertuzzo, che era un ex avendo fatto il settore giovanile nel Toro, ma ci furono sprazzi di buon gioco e i giornalisti avevano considerato quello 0 a 1 come una falsa partenza. Poi cercammo di vincere più gare possibili e arrivammo allo scudetto perché la Juve perse tre partite di fila compreso il derby con noi. E così andammo da -5 a +1 e mantenemmo questo vantaggio fino alla fine. L’ultima fu cin il cesena e bastava vincere per conquistare lo scudetto, ma fu una partita starna e ci accorgemmo che c’erano delle difficoltà  e quindi solo un invenzione di Pulici ci permise di pareggiare, vicino aveva Danova pronto a segnare, ma ci andò lui di testa. Il cross quella volta non glielo feci io bensì Graziani che gli aveva messo una palla avvelenata, ma Pulici riuscì lo stesso a spedirla in rete. Quella fu una gioia, ma vivemmo un pomeriggio da Toro: tutto ti va bene, ma attento che puoi perdere anche lo scudetto. A fine partita dopo l’autogol di Mozzini comunque tutti festeggiarono tranne Radice che era inca … nero
Riconquistare uno scudetto dopo quelli del Grande Torino fu bellissimo, ma anche un peso come dicevo. Quando arrivai varcai il cancello del Filadelfia e mi ritrovai l’emblema degli Invincibili e entrai in un mondo che non mi apparteneva però allo stesso tempo pensi di essere arrivato dove si era fatta la Storia e questo mi ha ripagato di tanti sacrifici.
Ho avuto un grande maestro Giorgio Ferrini che era uno che non parlava quasi mai, ma che solo con gli occhi faceva capire che voleva l’aiuto di tutti per cercare di vincere le partite  e quindi la fascia di capitano che è stata tramandata da Ferrini a Sala è stata davvero una cosa ideale perché abbiamo capito che per vincere dovevamo essere tutti uniti come adesso dobbiamo remare tutti dalla stessa parte e questo vale nella vita e soprattutto nel mondo del calcio”.

Gianmarco Sala: “Grazie all’assessore Carretta e alla Città di Torino perché il Comune è storicamente vicino alla Fondazione per la Ricerca sul Cancro e in particolare in questi ultimi anni abbiamo fatto tante cose insieme e tante ne abbiamo in programma e quindi grazie per la vostra attenzione e solidarietà. Parto da alcune date: 50 anni dall’ultimo scudetto, 120 anni di Toro, 100 anni dall’inaugurazione del Filadelfia e per noi della Fondazione quest’anno celebriamo 40 di vita. Significa che 1800 persone fra medici, tecnici, ricercatori e infermieri quotidianamente impegnati contro la malattia e in favore della ricerca e tutto questo è stato ed è possibile grazie alla generosità delle persone, delle istituzioni e delle imprese. Generosità come questa iniziativa di raccogliere risorse importanti perché la cura e la ricerca hanno bisogno di risorse importanti. Ma soprattutto permette di veicolare un messaggio: tutti insieme possiamo fare la differenza. Candiolo è davvero qualcosa di unico al mondo che non poteva che nascere su un territorio come questo che è votato all’innovazione, alla ricerca e alla solidarietà.
Questo è un modello, un esempio perché nell’iniziativa come quella dei Figli del 4 maggio ci sono risorse importanti, ma anche il messaggio di continuare a credere nella ricerca. Crederci significa accompagnare un viaggio che la Fondazione ha fatto in questi 40 anni perché nel 1986 alcune patologie tumorali erano incurabili, oggi grazie alla prevenzione e alle terapie personalizzate e alla ricerca diventano sempre più guaribili. Ogni anno in Italia si ammalano circa 400mila persone di cancro e 1 persona su 2 dopo 5 anni dalla diagnosi guarisce. Quarant’anni fa non era così e si parlava di male incurabile e di una malattia che non dava scampo. Ma sempre di più oggi i successi sono maggiori delle sconfitte. Ecco perché è importante il significato che diamo di raccontare le cose belle che nella società accadono, anche in un momento complesso e difficile, e Candiolo rappresenta un qualcosa di unico e straordinario. Non possiamo che ringraziarvi naturalmente perché ritroviamo in questo progetto dei valori condivisi. Il Grande Torino è una Storia del passato, ma assolutamente innovativa che continua a parlare di futuro e questa è un’altra cosa incredibile che appartiene ai grandi Campioni di Superga e che attiene a chi si occupa di ricerca. Poi c’è il lavoro condiviso perché la bellezza di questo libro è che tutto hanno potuto partecipare ed è un po’ quello che succede da noi a Candiolo: ci sono i medici, i ricercatori, i volontari, gli infermieri e i donatori. Tutta una comunità che contribuisce ai successi che si possono ottenere e che noi ogni giorno raccontiamo da Candiolo. E poi naturalmente io sono un po’ un conflitto d’interessi, non lo nascondo perché il legame col mondo granata è nel mio Dna e sono molto contento di essere qui e dal punto di vista personale fra le tante iniziative che abbiamo fatto è una di quelle alle quali tengo particolarmente. Però tutto questo non sarebbe possibile senza il vostro impegno e la vostra disponibilità e la vostra volontà di credere che la ricerca possa proseguire. Vi ringrazio davvero di cuore per quello che state facendo. Noi continueremo a fare, ma ci manca ancora molto da fare e conoscendo il popolo granata e i Figli del 4 maggio so che lo faremo con grande successo. Grazie Carlo e grazie a tutti voi”.

© foto di Elena Rossin