Fantaccini: "La storia di Poletti? Meritava di essere raccontata. La mancata cessione del Toro? Strano perchè ha un appeal mondiale"

Fantaccini: "La storia di Poletti? Meritava di essere raccontata. La mancata cessione del Toro? Strano perchè ha un appeal mondiale"
© foto di Fantaccini
Oggi alle 16:24Esclusive
di Marina Beccuti

Adolfo Fantaccini, 61 anni, da 42 giornalista, dal 1991 professionista. Ha scritto libri sulla storia del calcio e del costume musicale. Cresciuto nella mitica redazione del L’Ora di Palermo, ha poi lavorato a Tuttosport e, dall’inizio degli anni 2000, nella redazione centrale dell’Agenzia ANSA. Ha seguito per quattro volte i Mondiali di calcio (1990, 1994, 2010, 2014), 10 volte il Giro d’Italia, due volte il Tour de France, una volta la Vuelta di Spagna e due America’s Cup di vela, oltre a innumerevoli eventi sportivi.

Ora è in libreria con un libro dedicato ad un mito del mondo granata come Fabrizio Poletti, “Il difensore dei sogni”. La prefazione è di Piero Chiambretti, la postfazione di Mauro Berruto.

TorinoGranata l'ha intervistato in esclusiva anche per parlare di Cairo e dei possibili scenari futuri. 

Come nasce l'idea di scrivere un libro su Poletti?

“Mi ha sempre affascinato il calcio del passato, quello ‘pane e salame’ e dalle sfumature in bianco e nero, in particolare le storie degli uomini. Poletti ha scelto di vivere una vita tutt’altro che convenzionale, ha coltivato l’amicizia con Gigi Meroni, condividendone la tragedia, ha elaborato il dolore per la morte del ‘fratello’ di tante avventure, si è fatto carico anche sensi di colpa non suoi, è andato avanti con i dubbi ed i turbamenti, facendo i conti con la propria coscienza. Ha cercato di tagliare il filo con il proprio passato, rifacendosi una vita dall’altra parte del mondo, in Costarica, prima di tornare dove era partito, in quella provincia di Ferrara dove da bambino mangiava pane e gelato, sognando di giocare i Mondiali. Ha avuto dalla vita quasi tutto: ha patito, pianto, tribolato. La sua storia, a mio avviso, meritava di essere raccontata”.

La prefazione è di Chiambretti. come l'ha ottenuta?

“Piero Chiambretti, come me, è appassionato di un periodo storico in cui il Torino era sì sofferenza, ma anche grande esaltazione, autentica identità e senza di appartenenza. È stato lo stesso Poletti a contattare Chambretti e lui è stato ben felice di scrivere qualche riga, ricordando quando cominciò a frequentare il Comunale per veder giocare la squadra granata e vedeva scorazzare sulla fascia proprio Poletti. Lo stesso vale per Mauro Berruto, che è stato ben lieto di scrivere la post-fazione, commuovendosi al ricordo di Meroni e dello stesso Poletti”.

Nell'immaginario collettivo, quel Toro, oggi è molto lontano da quello attuale, ma il calcio in generale si è proprio rivoltato. Poco sport e troppo business, si può sintetizzare così?

“Detta così è in linea con i tempi e appare semplicistico. Il calcio oggi è altro: soldi, business, risultati finalizzati alla visibilità, più che alla gloria o all’ambizione. I sogni e le emozioni vengono annacquati da qualcosa che non fa rima con la parola favola. Non è un caso che, al giorno d’oggi, manchino i punti di riferimento, gli uomini-squadra, le bandiere: una volta c’erano Riva, Rivera, i Maldini, lo stesso Totti, il Toro aveva gli Agroppi, i Ferrini, i Pulici ed i Claudio Sala. Adesso è un viavai di personaggi in cerca d’autore, senza identità né colori sportivi. Il caos si percepisce e gli stadi si svuotano fatalmente. Ma in questo c’entrano anche i prezzi dei biglietti, che sono allineati a quelli ‘folli’ del Festival di Sanremo”.

Cosa pensa di Cairo, è giusto contestarlo?

"Nel calcio di oggi è facile contestare qualcuno, meno gestire una società senza andare incontro alla bancarotta. Il presidente del Torino non è mai stato particolarmente amato però, fra le tante colpe che gli vengono attribuite, ha un merito: riesce a gestire la società con una certa oculatezza. È chiaro che la gente vuole vincere ad ogni costo ed in fretta, ma non è facile farlo in un contesto come quello del calcio italiano in cui i soldi vanno a finire nelle casse dei top club. I bilanci del Torino mostrano, da quello che mi risulta, una situazione di sostanziale fragilità strutturale ed economica e questo nonostante un momentaneo ritorno all’utile nell’esercizio del 2024. I più recenti riscontri sono riconducibili al bilancio chiuso il 31 dicembre dell’anno scorso e indicano un rosso di 13,1 milioni: nulla se rapportato ad altri club che magari vincono, ma vivono allo stesso tempo con l’acqua alla gola. È vero che, al giorno d’oggi, bisogna indebitarsi, però di sicuro il Torino non rischierà mai con questa gestione. Serve trovare le persone giuste che possano operare le scelte necessarie per alzare il tasso tecnico della squadra, ma senza svenarsi”.

Eppure si ha la sensazione che la cessione sia ancora molto lontana. Pensa sia così?

"Lo penso anch’io ed è strano, perché il Torino è un club con un appeal di livello mondiale. Meriterebbe altri risultati e la partecipazione alla Champions ogni anno. Invece, l’ultima volta che partecipò alla Coppa dei Campioni, il Borussia Mönchengladbach era un top club in Europa, dove giocavano Bonhof e Vogts”.

In questi giorni si parla di un nuovo scandalo nel calcio che vede indagato Rocchi, che d arbitro, spesso contestato, è diventato in seguito designatore. Che ne pensa?

“In Italia ogni 20 anni circa scoppia uno scandalo nel calcio, poi si fa finta di ricominciare da capo e invece è peggio di prima. Non dirò che bisogna azzerare tutto e ripartire, che bisogna riformare dalla radice, perché in un paese come l’Italia queste cose sono pura utopia. Nello sport, nella politica, nell’economia, in ogni settore: con gli anni sono diventato pessimista e penso che non ci sia più spazio per la speranza. Tutta cambia per rimanere uguale a prima”.

Sarebbe una bocciatura per il Var, nato per abbassare le polemiche, invece non sembra essere andata così. 

“L’introduzione del Var ci evita innumerevoli ingiustizie, non è colpa del Var se emerge la corruzione in certi settori. Il Var è uno strumento, ma dev’essere usato con onestà e senza abusarne. Non è il salvacondotto per gli arbitri che, nel tentativo di crearsi un alibi, ricorrono al Var anche quando vanno a cena. Il Var ti mette nelle condizioni di ridurre al minimo gli errori, come l’allarme dell’auto limita i furti, ma non li evita. E poi, c’è l’International Board della Fifa che, con una serie di astruse modifiche al regolamento, ha incasinato il calcio, il lavoro degli arbitri e le prestazioni dei calciatori, nel nome dello spettacolo, dunque dei soldi. I tempi sono quelli che sono. Il Var che colpa ne ha?”.

© foto di Fantaccini