ESCLUSIVA TG - Giorgio Ferrini, 50 anni senza il capitano dei capitani: la figlia Cristiana racconta l'uomo dietro la leggenda granata
Cristiana Ferrini è stata intervistata in esclusiva da TorinoGranata.it. Cristiana è la figlia di Giorgio, ex giocatore e allenatore del Torino, considerato da tutti il capitano per eccellenza, nonché il giocatore con più presenze nella storia granata: 566.
Domenica 8 novembre ricorreranno i 50 anni dalla prematura scomparsa di Giorgio Ferrini, che verrà ricordato con una Messa al Filadelfia alle ore 11.
Suo papà è stato un uomo che ha dedicato tutta la sua vita al Torino, però è stato anche il padre suo e di Amos e il marito di vostra mamma, quindi non solo un uomo Toro, ma anche un uomo a 360 gradi?
“Assolutamente sì, io ho proprio il ricordo di lui sdoppiato: il papà che comunque scendeva in campo e non era più mio papà, ma era il capitano del Torino e io ero una sua tifosa. In campo non l'ho mai visto come papà, io entravo allo stadio ed ero una tifosa del Toro. E poi invece in casa, dove non c’era calcio e non c’erano giornali, un papà normalissimo. Solo in una stanza sotto c'erano le sue coppe, però dovevi proprio scendere per andare a vederle.
In casa nostra c'era poco calcio, però quello che ho voluto, anche con il mio libro (“Mio padre, il capitano dei capitani. Giorgio Ferrini, una storia granata”, ndr), dedicargli è che, nei 12 anni che ho vissuto con lui, mio fratello purtroppo meno, lui è stato per noi una guida e un esempio per il futuro che abbiamo poi avuto.
In casa, da come lui si muoveva, da papà e marito, io e mio fratello Amos abbiamo appreso dei valori, il modo di rivolgersi e di parlare, delle regole: non ne avevamo tantissime, ma quelle che c'erano erano severissime. Mio papà non ha mai alzato le mani, però ci parlava con gli occhi, lui comandava con lo sguardo. Ad esempio, nel momento in cui dovevamo andare a dormire, lui non ce lo diceva a parole, ma con lo sguardo, con gli occhi ti accompagnava verso la camera da letto e tu non potevi non essere obbediente.
Alla fine era severo, ma era anche molto dolce. Una cosa molto bella è che, sempre, a qualunque ora arrivasse a casa, passava dalla camera mia e di mio fratello e, anche se eravamo coperti, faceva il gesto di tirarci su la coperta e ci dava un bacio sulla fronte. Sono momenti che ci sono rimasti e che io ho poi rifatto con i miei figli finché ho potuto: sono due maschi, quindi fino a una certa età me l’hanno lasciato fare.
Tutta la gestualità di mio papà... Non eravamo sicuramente la famiglia del Mulino Bianco, però eravamo una famiglia normale. Mio papà non si è mai sentito un po' divo o un po' importante, anche se questo lo percepivi quando andavi in giro e le persone lo fermavano.
Mio papà ha sempre avuto amici di tutti i ceti sociali, non ha mai fatto pesare il potere e la fama, il potere poi assolutamente mai, e infatti noi non percepivamo né il suo potere né la sua fama. Io me ne rendevo conto solo quando ero in giro con lui, però la nostra vita era una vita veramente molto normale: tutte le vacanze trascorse a Trieste con i miei nonni, con i suoi amici d'infanzia.
Non abbiamo mai fatto viaggi particolari, se li abbiamo fatti erano comunque con qualche suo compagno di squadra che faceva parte quasi della famiglia. Non posso dire che tutto fosse fatto con semplicità e modestia, perché mio papà era ambizioso, era una persona che aveva i suoi sogni, però ne aveva anche tanti che avrebbe voluto realizzare dopo, più avanti, quando avrebbe smesso di giocare e sarebbe stato un po' più libero.
Poi, quando smise di giocare, il Torino gli diede l’opportunità di diventare vice allenatore e questo lo ha spedito in un vortice e noi non l'abbiamo visto quasi più, di sicuro meno di quando era calciatore, e già lo vedevamo poco”.
Fra pochi giorni ricorreranno i 50 anni dalla sua prematura scomparsa: cosa è rimasto nel Torino di oggi di papà Giorgio, se è rimasto qualcosa?
“Secondo me, di mio papà nel Torino di oggi, di domani e di ieri resterà sempre l'esempio che ha dato della fedeltà non a una società di calcio, ma proprio ai colori granata, a quella maglia e il rispetto per la Storia di questa squadra.
Quindi non ci saranno mai allenatori, presidenti o giocatori che potranno mettere in dubbio ciò che è il Toro, perché il Toro resta una cosa unica, una squadra che ha una Storia talmente importante, talmente forte che va da sé. E mio papà fa parte di questa Storia anche di oggi, perché comunque, alla fine, chiunque indossi la maglia del Torino deve essere onorato di farlo e deve rispettare anche chi ha portato il Torino così in alto e così in gloria, se vogliamo.
Mio papà è questo, mio papà, secondo me, fa parte di quelle figure che non muoiono mai, infatti lo si continua sempre a nominare perché ha fatto veramente tanto per la Storia del Toro con il numero di presenze unico. Insomma, è il capitano dei capitani, anche se ci sono stati dei grandi capitani dopo di lui, però tutta la carriera che ha fatto senza mai cambiare squadra, perché ha voluto dedicare la sua vita a questa squadra, è una cosa che resta per sempre.
Ci sono tante persone che mi dicono: “Per carità, noi abbiamo avuto dei capitani importanti dopo, ma tuo papà resta il mio capitano”. E io allora chiedo: “Perché?” e mi viene risposto: “Perché sì, non te lo so spiegare, perché lui resta il mio capitano”.
Questo vuol dire che, alla fine, tutto quello che lui ha dato gli è tornato, gli torna oggi con me, con mio fratello, con i suoi nipoti, i miei figli. Quando semini tanto bene, quando dai tanto della tua vita per un lavoro, anche se il lavoro per lui era il più bello del mondo, porti a casa questo.
Magari non l'ha goduto lui personalmente, ma lo godiamo ancora noi, perché sentire parlare così sempre bene di una persona fa comunque tanto bene. Dici: “Mamma mia, che bello!”. Infatti i miei figli oggi, che sono giovani uomini, dicono: “Che bella figura era nonno”.
In tutta questa pochezza che c'è oggi, non ci sono più gli eroi, i miei figli non hanno avuto attaccati alle pareti in camera gli eroi che avevamo noi. I supereroi non ci sono più in nessun campo. Non ci sono più queste persone fedeli, queste figure così forti e quindi i miei figli dicono: “Nonno è stato una persona giusta, un uomo giusto”. E io: “Meno male che lo percepiscono, sono contenta di questa cosa qui”“.
Tanto più perché non hanno potuto conoscerlo.
“Questo fa parte delle cose della vita. Ma vale anche per me non essere stata accompagnata da lui all'altare, non averlo avuto in tanti momenti importanti da adulta, però alla fine c'era perché comunque c'era proprio con il suo esempio che mi ha dato in pochi anni di vita insieme.
Lui, alla fine, con noi c'è sempre, quindi io provo solo gioia nel parlare di lui, il dolore si è tramutato e non è mai rabbia o perché, è così. Ho portato avanti in questi 50 anni la gioia di essere stata sua figlia, perché ne sono veramente orgogliosa”.
Prima parlava dello sguardo di suo papà, questo sguardo di occhi azzurri, lo stesso azzurro dei suoi occhi, ma anche in campo lui aveva il carisma, l’autorevolezza e forse gli bastava uno sguardo per farsi capire dai compagni e dagli avversari?
“Eh sì, era proprio una sua caratteristica, questi occhi che non erano gli occhi di ghiaccio, ma proprio gli occhi del colore del cielo, erano occhi che parlavano, ed è la cosa che mi è rimasta più di lui, proprio il suo sguardo, i suoi occhi.
L’ho raccontato ancora qualche sera fa: l'ultimo sguardo che ricordo di lui è del giorno dello scudetto. Eravamo sul balcone della sede in corso Vittorio e i giocatori tiravano petali di rosa ai tifosi che erano sotto e, a un certo punto, l'ho guardato e lui ha guardato me.
Di quel momento mi resta uno sguardo così forte, sembrava che piangesse, tanto i suoi occhi erano lucidi e pieni di felicità. Secondo me, con lo scudetto ha raggiunto, con questo sacrificio che ha fatto di arrivare a giocare fino a quasi 36 anni, la sua meta. Un percorso di vita che è come se si fosse chiuso e poi, qualche mese dopo, nell’autunno, si è conclusa proprio la sua vita.
Lo scudetto è stato il momento dell’apice della felicità e io ce l'ho proprio dentro, forte. Per carità, ho visto anche tante altre volte lui felice, ma quello penso che sia proprio uno dei momenti di punta di gioia della sua vita: il giorno dello scudetto, quel pomeriggio lì”.
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