Carlo Grande: "Il Toro è come una pianta di plastica, non muore ma non fiorisce mai"
TorinoGranata ha intervistato in esclusiva Carlo Grande, scrittore e giornalista, che ha lavorato alla cultura della Stampa e attualmente collabora con il Fatto quotidiano. Ha pubblicato narrativa e saggistica per grandi editori e ora ha appena dato alle stampe il romanzo "Come acqua, amica mia" (Youcanprint editore), uscito a fine settembre. Tifoso del Toro, ci ha giocato nei Pulcini, ai tempi di Ussello, ha conosciuto e voluto bene a Sergio Vatta. Ha giocato anche nella nazionale Scrittori, l'Osvaldo Soriano Football Club.
L'intervista
Partiamo proprio dalla tua ultima opera, un nuovo romanzo che parla della Cina, ce ne vuoi parlare?
"È la storia, in parte vera, di una ragazza cinese immigrata in Italia che deve combattere contro razzismo e i pregiudizi. Impara le arti marziali, sotto la guida di un maestro spirituale, forse Bruce Lee, che non è solo il protagonista di alcuni B-Movies, peraltro visti da milioni di persone, ma ha una filosofia profonda dentro di sé. Vale la pena di conoscerla. La ragazza cinese diventa una combattente, come dovrebbe essere chi gioca nel Toro e chi tifa per lui. Come lo sono i protagonisti di altri miei romanzi, "La via dei lupi" su tutti, la storia di un ribelle che si rifugia nelle foreste e vive come un bandito per dieci anni, lottando contro le ingiustizie".
Venendo al Toro, ti piacerebbe vedere un giocatore cinese nel Toro? Anni fa ci fu il giapponese Oguro, un cinese sarebbe una bella novità.
"Perché no, ma ci sono tanti giovani italiani bravissimi. Più che il misterioso Oguro, però, preferirei gente come Son del Tottenham, Kim (Napoli e Bayern) o Kang-in Lee, che gioca nel Paris Saint-Germain, o Tomyiasu, dell'Arsenal... In Cina il presidente Xi Jinping aveva promosso pochi anni fa uno dei programmi pubblici più vasti e ambiziosi della storia del calcio, ma i risultati sul campo sono stati fallimentari e oggi la Cina non vanta quasi nessun calciatore di rilievo nei campionati esteri".
Riguardo al Toro attuale, pensi che la scelta di Abate sia stata quella giusta, anche se ha poca esperienza della serie A?
"Mah, io avrei confermato D'Aversa e prima anche Vanoli, adesso l'inizio è stentato, abbiamo ogni volta una formazione diversa e alcune scelte di Abate non le capisco, Coco inamovibile non mi convince, il giro-palla fa morire di noia (nel primo tempo di Toro-Udinese mi sono addormentato). Cambiare sempre e smontare squadra e allenatore è dannoso, non si crea uno spirito di squadra (o di società), ma a questa presidenza sembra interessare proprio il contrario".
Capitolo Cairo, sei tra quelli che vorrebbe la vendita del Toro o credi che non ci sia nessuno in grado di sostituirlo?
"Vent'anni di cairismo, di derby persi e di sudditanza mi bastano, meglio cambiare e qualcuno, non dico come gli Hartono del Como, ma che abbia voglia e capitali, con la nostra storia e il bacino di passione e potenzialità che abbiamo di sicuro si trova. Ammesso che si voglia vendere, e non prendere in giro i tifosi e la città".
Stadio Olimpico Grande Torino, cosa prevedi per il suo futuro? Lo comprerà Cairo o arriverà un terzo investitore?
"Previsioni non saprei farne, più che altro spero che il Comune, che rappresenta tutti noi cittadini e gestisce i soldi pubblici, non faccia favoritismi e faccia rendere l'immobile al meglio, ovvero con una proprietà e un presidente che sappia valorizzare il Club e non sia solo un padre-padrone. Spero arrivi un terzo investitore che anche se non è straricco abbia la stessa passione e si affidi a tecnici capaci mettendo loro a disposizione giocatori competitivi, di prima fascia".
Si parla molto di Cacciamani come il campione del futuro, come vedi il suo futuro?
"Deve ancora mangiare un po' di pastasciutta, e scaltrirsi. Il motore è buono, facciamolo crescere e speriamo non diventi l'ennesima plusvalenza come Njie , Bellanova e troppi altri".
Alla fine come vedi il campionato del Toro?
"Finora ... da decimo posto. L'ho già detto, il Toro è diventato una pianta di plastica, come certa letteratura ormai standardizzata dai soliti quattro gatti che si ritengono depositari del pensiero (sempre più unico, Orwell non aveva esagerato, anzi) il Toro non muore e non fiorisce mai. Lo sport, la passione e la cultura sono un'altra cosa".
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