Il dirigente Emiliano Moretti: così uguale e così diverso dal calciatore

L’ex giocatore avviato ora alla nuova carriera in seno al Torino ha incontrato i media parlando con loro a tutto tondo con grande cordialità.
10.07.2019 16:40 di Elena Rossin   Vedi letture
Fonte: Dall'inviata a Bormio Elena Rossin
Emiliano Moretti
Emiliano Moretti

Non capita spesso che i giornalisti abbiano la possibilità di fare una chiacchierata, comodamente seduti sulle poltrone del salotto di un hotel dove si sta svolgendo il ritiro estivo di una squadra di calcio, con un dirigente che fino a meno di un paio di mesi prima era un calciatore colonna portante della suddetta squadra. Oggi è capitato con Emiliano Moretti che il 26 maggio scorso ha appeso gli scarpini al chiodo smettendo di fare il calciatore e chiudendo un capitolo importante della sua vita professionale per aprirne un altro da dirigente e che sta letteralmente imparando il suo nuovo mestiere, senza aver staccato un secondo tra la fine e l’inizio di queste due fasi lavorative.

La sensazione che si percepisce, ovviamente del tutto personale e quindi soggettiva, è di aver di fronte un Emiliano così uguale e così diverso dal calciatore che si è imparato a conoscere sei anni fa, arrivò al Torino l’11 luglio  del 2013. Uguale perché l’uomo è lo stesso e i suoi valori non sono cambiati solo perché adesso ha un ruolo nuovo nell’ambito calcistico, ma anche diverso perché avendo dismesso i panni del calciatore è inevitabile che anche lui si ponga nei confronti dei propri interlocutori in altro modo. La serietà e lo spessore della persona sono gli stessi, ma è più rilassato e sorridente seppur soppesi ciò che dice come impone il suo ruolo, però, lo fa con naturalezza poiché non è uomo con facce differenti a seconda della circostanza.

In Moretti è ancora forte e, come lui stesso ha detto, lo sarà sempre l’emozione quando parla del suo addio al calcio giocato. Colpisce la visibile pelle d’oca che gli viene e la voce che gli trema così come gli occhi che si velano di una lacrima che per pudore ricaccia subito indietro. Riparlando del fatto che non ha voluto giocare l’ultima partita quella con la Lazio ha spiegato che era talmente forte l’emozione che non sarebbe stato utile per la squadra e per coerenza ha preferito non scendere in campo poiché non era in grado di mettersi in competizione con un compagno per guadagnarsi la maglia da titolare nonostante sarebbe stato contento di giocare, ma in quel frangente era giusto non farlo. Oggi non sente però il distacco e non ha sentito la nostalgia per non essere più un giocatore perché è proiettato verso questa nuova fase lavorativa.  
E’ altresì forte la determinazione dovuta anche agli anni d’esperienza, ventuno che ha maturato nel calcio professionistico, nell’affrontare argomenti come il suo apprendistato da dirigente o il prossimo impegno della squadra nella qualificazione all’Europa League.

Il suo rapporto umano con chi fino a ieri è stato il suo compagno di squadra non è minimamente cambiato e lui vuole che anche i ragazzi più giovani si rapportino senza la barriera del classico buongiorno che si dice a chi è più “vecchio” in segno di rispetto, ma anche di distanza. E’ evidente che con gli ex compagni non divida più le ventiquattrore su ventiquattro del ritiro estivo, ma è sempre lì al loro fianco. La sua educazione lo sta facendo approcciare in punta di piedi al ruolo di dirigente e la sua intelligenza lo porta a fare cento domande perché vuole apprendere bene da chi già da anni ha questi compiti e li svolge con perizia. Si ritiene fortunato dall’essere circondato da persone altamente competenti e disponibili ad aiutarlo e a metterlo a suo agio in questo. Da una parte prova timore nel muovere questi primi passi, ma allo stesso tempo in lui c’è l’entusiasmo di voler apprendere, capire e conoscere situazioni che prima viveva da un'altra prospettiva. La sua scelta di smettere di giocare e fare il dirigente, maturata dopo attenta riflessione e comunicata alla moglie nel periodo natalizio, e di non intraprendere la carriera da allenatore è stata dettata dal non sentire nelle sue corde il ruolo di allenatore poiché allenare, ha spiegato, presuppone delle situazioni che ha messo al contrario come priorità e di conseguenza la scelta di provare a fare un percorso diverso è nata proprio da quelle priorità. Stando dall’altra parte ha già percepito tutto il lavoro che sta dietro a ciò che fa Mazzarri e si è reso conto che tutto ciò che fa il mister è svolto in modo che abbia un senso sia nei confronti dei giocatori sia relativamente a ciò che avviene in campo.

Per Moretti negli ambiti della vita non esiste un più o un meno, ma un qualche cosa di diverso e non è detto che sia migliore o peggiore nel senso che si gestiscono le situazioni in modi differenti senza che ci sia un fare giusto o sbagliato pur essendoci principi base oggettivi e le situazioni vengono gestite in base ai principi che si hanno e che vengono trasferiti nell’ambito lavorativo poiché si crede che sia il modo migliore per raggiungere l’obiettivo. Che si faccia l’allenatore, il direttore, il presidente o il giocatore la cosa che accomuna tutti è che nessuno vuole un obiettivo negativo poi come arrivarci ognuno sceglie la strada che reputa migliore e la più adeguata. Non sempre è vero che chi vince ha ragione e chi perde ha torto come si dice perché chi non vince non è detto che non abbia fatto un percorso corretto.

Degli ex compagni che prenderanno il suo posto non ha voluto esprimere giudizi, ma ha affermato che tutti, Djidji, Lyanco, Bremer e Bonifazi, hanno delle grandi qualità. Non esiste per lui un difensore  o un attaccante che faccia bene perché è bravo, ma perché la squadra lavora e il lavoro che fanno tutti è eseguito bene globalmente. Un giocatore da solo non può andare da nessuna parte. Un giocatore conta perché è all’interno della squadra e più fa bene il singolo più il gruppo ne beneficia, ma alla fine è il giocatore a beneficiare di più dal far bene da parte della squadra.
Sull’attesa per la prima partita di qualificazione all’Europa League e sul fatto che l’ambiente che circonda la squadra viva il passaggio del turno quasi come cosa fatta o comunque scontata ha le idee chiare: è un pericolo questo pensiero perché le partite di una competizione europea vanno giocate e vinte per riuscirci bisogna stare bene, essere concentrati e preparare la gara in modo rigoroso come si è sempre fatto al Torino poiché le insidie sono tante e non si tratta di una frase fatta, ma come ha detto ieri Mazzarri è come quando si giocava la coppa Italia con la vecchia formula e succedeva che squadre di Serie C eliminassero già al primo turno quelle di Serie A facendo loro fare una brutta figura. C’è solo una nuda e cruda verità: bisogna andare in campo e far meglio degli altri. Solo a posteriori dopo aver giocato, vinto e quindi passato il turno si può dire di avercela fatta.

Emiliano come aveva detto al momento del suo annuncio che avrebbe intrapreso al carriera da dirigente parte da zero in questa sua nuova avventura e ritiene in questo momento di avere come unico reale bagaglio l’aver fatto il calciatore e non si permette nemmeno di dire che gli piacerebbe o non gli piacerebbe essere come o diventare perché vive questo momento con tanto entusiasmo cosciente del fatto che parte dal livello base. L’obiettivo di Moretti che lo renderà soddisfatto del suo lavoro per questa stagione è lo stesso di quando era calciatore: di riuscire ad essere utile e poi d’imparare il più possibile.
Il Moretti dirigente così uguale per i principi al calciatore e così diverso per essersi già calato nell'essere un dirigente.