Jacobelli: “Quello che Cairo e Lotito non capiscono: senza tifosi non vai da nessuna parte"
Nell’editoriale di Xavier Jacobelli pubblicato oggi su Tuttosport il giornalista ha parlato delle contestazioni dei tifosi di Torino e Lazio nei confronti della gestione delle rispettive società da parte dei due presidenti, Cairo e Lotito, che li ha portati a decidere di non assistere alle partite casalinghe delle loro squadre. Ecco che cosa ha scritto Jacobelli:
“C’è una classifica che Urbano Cairo e Claudio Lotito dovrebbero scrutare con crescente preoccupazione. Registra il tasso di riempimento degli stadi direttamente proporzionale alla loro capienza: il Toro è penultimo, con il 64% dei posti occupati; la Lazio è ultima con il 51%. In assenza di cifre ufficiali, dicono che, l’altro ieri sera, alla vittoria sul Parma abbiano assistito circa 5 mila spettatori nell’impianto granata da 28.177 posti a sedere. Stasera, nell’Olimpico capitolino, sono attesi quasi 50 mila spettatori, però la gente biancoceleste l’ha già precisato: si tratterà di un’eccezione, la diserzione in massa riprenderà nelle prossime partite casalinghe sino a fine stagione, derby con la Roma compreso. Il fatto è che né Cairo né Lotito continuano a ignorare quanto i tifosi siano il primo, ineludibile patrimonio di ogni società, a cominciare dalle loro. I tifosi non sono né clienti né polli da spennare né ancor meno possono essere considerati comprimari o convitati di pietra alla vita del loro club, intrisa di storia e di passione, di entusiasmo e di sacrifici. I tifosi hanno il diritto di essere tenuti nella massima considerazione: se non ci fossero i tifosi, non ci sarebbe il calcio. Ecco perché la contestazione civile dei granata e dei biancocelesti che non mettono volutamente piede nei loro stadi ha travalicato i confini nazionali (contestazione civile, s’intende, non quella degli insulti e delle minacce che condanniamo senza se e senza ma). Grazie alla Rete, ha fatto il giro del mondo, ha attirato l’attenzione dei media, ha messo al centro della ribalta il ruolo e la figura di chi sostiene la squadra, contrapposto a gestioni societarie palesemente in crisi. Non soltanto di risultati, ma, soprattutto, di credibilità.
La verità è che nel Toro come nella Lazio, si è rotto il rapporto fiduciario fra la base e il vertice, picconato da promesse non mantenute; campagne di mercato deludenti; scarso, mancato o addirittura assente rispetto della storia del club. Al punto da originare il sacrificio più pesante richiesto a chi ama i propri giocatori: non andare allo stadio a sostenerli. A Torino, quando mancano ancora cinquanta giorni al 4 maggio, il gruppo dei TH annuncia: «Ci opporremo a qualsiasi manifestazione indetta dal Torino Fc a Superga. In questi vent’anni il nostro gloriosa passato è stato calpestato da una presidenza a cui della nostra storia non è mai importato nulla. Non saremo quindi testimoni del l’ennesima pagliacciata priva di onore». A Roma, i gruppi laziali organizzati, motivando la decisione di tornare all’Olimpico solo per una notte, spiegano: «La storia della SS Lazio, quella ca**o di storia (il riferimento è all’infelice battuta lotitiana, ndr), siamo noi che ogni maledetta domenica la seguiamo, la sosteniamo, la amiamo come il nostro unico motivo di vita. Solo un uomo avido dal cuore arido non può capire la storia e i sentimenti che animano questo popolo e, per questo motivo, non possiamo far altro che lasciarlo solo, ma prima di congedarci abbiamo deciso di dedicarci un ultimo atto di amore per questa stagione sportiva e invitiamo tutti i nostri fratelli Laziali ad entrare e riempire tutto l’Olimpico in ogni suo settore per la partita Lazio-Milan di domenica 15. Regaliamoci l’ultimo spettacolo coreografico, facciamo sentire il nostro calore alla squadra ed al mister, continuiamo a far sentire il nostro dissenso e poi, per le sole partite casalinghe, non entreremo più fino a fine campionato. È una decisione molto dolorosa, che per la prima volta ci vedrà lontani da quegli spalti che sono la nostra casa ma riteniamo che questo sia l’unico modo per far comprendere a questa dirigenza che non saremo complici dei loro fallimenti». Il dodicesimo uomo non è un modo di dire, è un modo di essere perché, ha scritto Eduardo Galeano: «Raramente il tifoso dice: ‘Oggi gioca la mia squadra’, ma ‘Oggi giochiamo’. E sa bene, questo giocatore numero dodici, che è lui a soffiare i venti del fervore che spingono il pallone quando dorme, e gli altri undici giocatori sanno bene che giocare senza tifosi è come ballare senza musica»"..
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