Il libro “The Day After. Il Grande Torino dopo il Grande Torino”: una ricerca durata otto anni per rispondere a tanti interrogativi e raccontare storie di persone che s’intrecciano con quell’accadimento tragico
Cos’è successo al Grande Torino dopo il Grande Torino? A dare una risposta su cosa sia accaduto dopo la Tragedia di Superga, che il 4 maggio del 1949 si portò via il Grande Torino, ci hanno pensato l’avvocato civilista Vincenzo Savasta e il giornalista Fabrizio Turco scrivendo il libro “The Day After. Il Grande Torino dopo il Grande Torino” edito da Bradipo libri che mercoledì è stato portato in Municipio a Torino dove si è svolta una conferenza stampa moderata da Lucrezia Maritano e alla quale hanno partecipato i due autori, l’assessore allo sport Domenico Carretta e l’ingegnere Lorenzo Lucà, autore di una tesi che ha indagato i motivi della caduta dell’aereo. Il libro che è stato mandato in stampa dopo otto anni di minuziose ricerche ha provato a dare risposta non solo alla domanda iniziale, ma anche a altre: perché è caduto l’aereo del Grande Torino? Come si sono svolte le inchieste sulla tragedia? Come sono finiti i processi? Ma anche racconta storie di persone che sono legate a quella tragica vicenda come quella della Medium che anticipò la sciagura e dell’hostess Niny De Santis narrata dalla cugina Giusy Cutrona. Ma anche che ruolo ebbe negli anni Cinquanta la Fiat nei confronti del Torino, che “è patrimonio di tutti, non solo immobiliare ma fatto di emozioni, ricordi e sensazioni che vengono vissute giorno dopo giorno – ha detto l’assessore Carretta -. Un patrimonio che va oltre il semplice tifo e non bisogna esserne tifosi per riconoscersi o vivere e condividere le emozioni che questa squadra dà e che ha prodotto una sterminata letteratura e non ci sono squadre o fenomeni sportivi che abbiamo attirato così tanto interesse da parte di scrittori, studiosi e tifosi”.
Vincenzo Savasta: “L’incontro con Lorenzo Lucà è stato fondamentale perché non riuscivamo a capire le cause della caduta dell’aereo. La prima domanda che ci siamo posti è stata se il Torino avesse chiesto un risarcimento danni? Sì è la risposta. E bisogna sapere che la vicenda giudiziaria legata alla responsabilità della compagnia aerea, che era di proprietà della Fiat, è stato un caposaldo per anni degli argomenti principi del diritto civile. I tre gradi di giudizio vertevano sul fatto se il Torino avesse diritto oppure no ad avere un risarcimento. E a questo quesito la risposta è negativa perché i giudici hanno sempre detto che è vero che il Torino ha perso l’intera squadra, ma il rapporto che lo legava ai calciatori non è di proprietà perché sono esseri umani, ma di dipendenza e collaborazione lavorativa di lavoro subordinato e al limite molto stretto e profondo, ma non può assurgere a un risarcimento. Nonostante il Torino avesse detto una cosa molto interessante nel secondo gradi di giudizio, avendo una task force di avvocati di prim’ordine che comprendevano i migliori giuristi dell’epoca, non era solo la morte di Mazzola, Loik o Rigamonti, ma la morte di un insieme perché questi giocatori insieme costituivano a livello calcistico una macchina perfetta. In fondo erano beni dell’impresa, anche se può stonare il parlare di beni riferito alle persone, perché costituivano il patrimonio dell’impresa poiché insieme costituivano una macchina praticamente invincibile. Ciò nonostante i giudici anche in Appello e in Cassazione diedero torto a questa teoria e la Toro dicendo che non si trattava di oggetti, ma di persone. In realtà questa vicenda che ha fatto spendere fiumi d’inchiostro a giuristi negli anni a venire è stata completamente ribaltata dalla sentenza sulla morte di Meroni. Nel 1967 c’è l’incidente che porta alla scomparsa di Meroni e nella causa di risarcimento danni i giudici danno ragione al Toro. Il motivo? Molto semplice erra cambiata la società: negli anni 40 eravamo figli di una società che dava poco spazio a quelli che erano i rapporti commerciali, si trattava di una società e di un’economia diciamo “primitive” e quindi gli interessi delle imprese erano messi in secondo piano. Dopo gli anni 50 e 60 e con il boom economico dovuto a un’economia più articolata allora anche i danni d’impresa vengono considerati. E il diritto che tutto sommato segue l’evolversi della società ha cambiato prospettiva e quindi con Meroni c’è stato un risarcimento per il club a differenza di quanto accaduto fra il 1949 e il 1953 quando terminarono i processi e questo ha inciso sugli anni successivi perché senza il risarcimento il Torino ha vissuto anni economicamente molto difficili e qui si inserisce poi il discorso degli aiuti economici e un certo tipo di rapporti fra le due società di calcio cittadine.
Nel libro anche i personaggi più umili, quelli meno in vista si sono rivelati così incredibili che avrebbero potuto essere protagonisti di altre storie”.
Fabrizio Turco: “Non ho la mancanza d’umiltà e l’immodestia di dire che è un libro di storia e allora mi piace definirlo un libro di storie umane poiché ve ne sono tante che s’intersecano, di persone che non dovevano salire sull’aereo, ma sono salite e hanno perso la vita e persone che dovevano salire e non lo hanno fatto e di conseguenza si sono salvate. Sliding Doors, esattamente con nel film quando si chiudono le porte e per un secondo si ha la propria esistenza che cambia completamente sulla base di quello che poi accadrà”.
“Nel libro – interviene Savasta - anche i personaggi più umili, quelli meno in vista si sono rivelati così incredibili che avrebbero potuto essere protagonisti di altre storie”.
“A me e a Savasta – prosegue Turco - vengono in mente due immagini a me la hostess e a lui la medium, ma ce ne sono tante altre. Dico a tutti se non si è andati al Museo del Grande Torino, non c’entra essere tifosi di calcio o essere appassionati del Toro, basta essere curiosi e appassionati del nostro Paese per cui vi dico andateci: è a Grugliasco (è a villa Claretta Assandri in via G.B. La Salle 87, ndr). Chi immagina che il Museo del Toro si sposterà al Filadelfia, non accadrà mai o per lo meno fino a quando ci sarà una certa situazione e una certa persona, ma quello che è lo spirito identitario di questa squadra, che poi è quello che emerge dal libro, è quello che c’è nel Museo di Grugliasco. Cairo ci è andato una volta distrattamente e non ha colto nulla, ma questo lo dico io. Tornando al libro, non è di storia, ma di tante storie che possono appassionare”.
LA STORIA DELLA HOSTESS NINY DE SANTIS – “Doveva salire sull’aereo quel giorno, ma non lo fece perché lasciò il posto a Ottavio Cortina, era il massaggiatore del Grande Torino, e per i posti che c’erano sull’aereo non ve ne era uno anche per lui e quindi avrebbe dovuto prendere il treno e fare il viaggio fino a Lisbona. Ma per esigenze organizzative si decise che qualcuno dovesse cedergli il suo posto e a farlo fu proprio la hostess. La quale aveva una storia straorinaria – racconta Turco - che è legata allo Sliding Doors perché l’anno precedente volando da Milano a Bruxelles l’aereo su cui viaggiava ebbe un incidente e cadde: lei svenne e si salvarono solo due persone e lei era una di quelle due. Successivamente all’incidente di Superga, era a Roma per lavoro e non suonò la sveglia e così lei si svegliò in ritardo. Il vice comandante del volo, che doveva prendere, l’aveva corteggiata, era una bellissima ragazza, ma senza successo e quindi non la vedeva di buon occhio e approfittando del ritardo della ragazza, per far sì che venisse rimproverata dai vertici della compagnia aerea, indusse il comandante a partire lo stesso lasciandola a terra e l’aereo così decollò però ebbe un incidente e morirono tutti. E anche in quell’occasione Niny De Santis si salvò. A quel punto dopo averla scampata per tre volte la hostess decise di cambiare mestiere e da quel momento fece la modella, la dirigente della Rai e in seguito per trent’anni l professoressa prima in una scuola a Merano e poi a La Spezia. Noi, non senza difficoltà, siamo riusciti a rintracciare le tracce della sua vita attraverso le studentesse che aveva avuto negli anni ’60. Nel frattempo si era sposata con Renato Raccis, che è stato un centravanti del Milan e della Juve e che partecipò a una partita molto particolare: il derby dei partigiani. Questo derby si disputò a inizio aprile del 1944 e sugli spalti militanti fascisti e partigiani si spararono e a un certo punto i giocatori si buttarono tutti a terra perché volavano pallottole e Raccis quel giorno segnò un gol al Grande Torino. Quindi si tratta davvero di un intrecciarsi di tante storie”.
LA STORIA DELLA MEDIUM – “E’ abbastanza inquietante – afferma Savasta -. Nel Grande Torino uno dei giocatori più beli, affascinanti e idolatrato dalle ragazze era Rigamonti. E lui aveva una vita sentimentale un po’ avventurosa e complessa. Un giorno la sua amica, morosa, che era molto interessata a lui, per sapere come sarebbe andata a finire la liaison amorosa si recò dalla chiromante Regina, che viveva in una casa in via Ciamarella, vicino a dove allora c’erano le Ferriere dalle parti di piazza Baldissera. Questa chiromante era famosa perché aveva aiutato i carabinieri a svelare l’arcano dell’eccidio di Villarbasse che è piuttosto famoso poiché è stato l’ultimo fatto di cronaca di sangue per il quale è stata comminata la pena di morte in Italia. La ragazza interessata a Rigamonti andò dalla chiromante e le mostrò una foto che mostrava il calciatore con il compagno di squadra Bacigalupo. E la chiromante dopo essere andata in trance, racconta la ragazza, gira la foto e sul retro schive: “Nei primi giorni di maggio Rigamonti e Bacigalupo subiranno una sciagura”. La ragazza intimorita e spaventata prese la foto e la portò a casa e la mise in un cassetto. Questa foto sarà poi pubblicata sul giornale dell’Istituto Luce insieme a quella della chiromante Regina. La storia è quindi molto inquietante”.
Nel libro è stata raccontata anche la figura di VALENTINO MAZZOLA – “Fuori dal campo di gioco la figura di Mazzola si spacca in due – asserisce Turco -: c’è la prima famiglia, quella ufficiale formata con la mamma di Ferruccio e Sandro, e poi c’è la seconda, che è molto meno nota, ed è la famiglia che nasce nei mesi precedenti la Tragedia di Superga dopo che Valentino, con mille difficoltà, ottenne il divorzio in Romania che gli permise di contrarre un secondo matrimonio che fu celebrato quaranta giorni prima dell’incidente di Superga e infatti fu registrato dopo la morte di Mazzola. Era un periodo molto particolare, con un Italia completamente diversa, e dieci anni dopo Fausto Coppi per una vicenda analoga ha visto la Dama Bianca arrestata. Non erano i tempi di oggi nei quali ci si separa con facilità e si può anche divorziare. La nipote di Valentino Mazzola, che è l’unica in vita e che lo ha conosciuto appartiene alla seconda famiglia. Per quale motivo la seconda moglie è sparita dopo la Tragedia? Per un refuso giornalistico quando si parlò di lei come nuova moglie di Mazzola venne chiamata Giusy Cutrone, ma in realtà il cognome era Cutrona e quindi la lettera diversa ha mandato completamente in tilt qualsiasi ricerca perché cercandola come Cutrone, anche attraverso l’anagrafe, era impossibile trovarla. Anche noi abbiamo faticato tantissimo e ci siamo riusciti in maniera abbastanza casuale, ma l’abbiamo rintracciata e abbiamo scoperto cosa è successo a questa signora negli anni successivi: si è risposta e ha avuto un’altra famiglia e poi è mancata a Chieri, in una casa di riposo, una decina di anni fa. Mentre la nipote abita qui a Torino in corso Lecce, è una donna straordinaria e particolarmente simpatica e ha partecipato anche a qualche incontro con noi, ma l’età la tiene un po’ lontana però è sempre molto partecipe”. “Questa nipote - narra Savasta – ha raccontato che la famiglia Cutrona era semplice, come quasi tutte quelle dell’epoca nel periodo della guerra, e quindi trovarsi in casa il calciatore famoso era abbastanza preoccupante e li rendeva timorosi, soprattutto il fratello di Giusy , il papà della nipote che abbiamo conosciuto noi. Ebbene questo signore era particolarmente imbarazzato e voleva capire cosa ci facesse questo grandissimo calciatore a casa sua. Ma in realtà poi lui e Mazzola legarono tantissimo e quindi ci fu una storia familiare molto bella”.
LE CAUSE DELLO SCHIANTO di Lorenzo Lucà: “Sono uno studente iscritto all’ultimo anno del Corso di Laurea Magistrale di Ingegneria Spaziale al Politecnico di Torino. Stavo svolgendo la tesi della laurea triennale sull’incidente aereo di Superga e per caso ho incontrato Turco e Savasta e abbiamo condiviso una parte del percorso insieme. Per rispondere alla domanda se ci fosse stata un’unica causa che ha provocato l’incidente di Superga devo dire di no, ma in base a quello che siamo riusciti a ricostruire ci sono state una serie di concause che hanno prodotto l’evento incidentale. Ai tempi fra i principali imputati ci fu il maltempo. Dell’inchiesta giudiziaria non siamo riusciti a ritrovare i documenti, ma attraverso la ricerca abbiamo trovato documenti paralleli che hanno permesso di ricostruire la perizia tecnica che fu fatta all’epoca da tre ingegneri, uno Antonio Gabetti fu anche poi rettore del Politecnico di Torino, molto qualificati e la perizia si focalizzò molto sul ruolo dei piloti e sulla responsabilità che essi hanno avuto nell’incidente.
Nella mia tesi ho ricostruito la cronistoria dell’incidente e poi ho sviscerato delle ipotesi. Il maltempo ha giocato un ruolo chiave, ma anche la strumentazione dell’epoca che non era adeguata a un atterraggio in condizioni di scarsa visibilità. Ma anche le procedure e le norme, basta pensare che a Torino la visibilità minima consentita all’epoca per evitare l’atterraggio era di 300 metri e in quel momento la visibilità era di 480 metri. Ed è per questo che l’aereo non fu fatto atterrare a Milano. Le strumentazioni di bordo attuali erano pressoché assenti e venne utilizzato solamente il radio faro che allineava il velivolo alla corretta direzione, ma non dava alcuna informazione sulla distanza e lo si valutava letteralmente a vista. Fu questo uno dei motivi che portò i piloti a decidere di volare al di sotto dello strato di nubi e questo fu una delle motivazioni che i periti contestarono. Quello che io definisco il punto chiave fu che il maltempo quel giorno imperversava su Torino ed era vero, ma non era così terribile però peggiorò bruscamente nei pressi di Superga. Non venne impedito l’atterraggio perché su Torino pur essendoci il maltempo la visibilità sufficiente c’era, ma a Superga le condizioni meteo erano peggiorate e quindi i piloti che avevano scelto in maniera cautelativa di volare al di sotto delle nubi per avere riferimento sul terreno, quindi sulla propria navigazione, e di colpo si trovarono immersi nella coltre di nubi e in più c’era il vento di Libeccio, soffia da sud-ovest, che quindi spinse il velivolo verso la collina di Superga e pure dei temporali che hanno provocato degli stati elettrici temporali localizzati che hanno anche impedito la corretta ricezione della rotta dal radio faro di Pino Torinese. Pochi minuti prima dello schianto i piloti avevano chiesto la rotta al radio faro di Pino Torinese e può essere che l’informazione ricevuta possa essere stata in qualche modo inquinata dal maltempo.
Mettendo insieme tutti gli elementi sono arrivato alla conclusione che non ci sia una causa, ma un insieme di cause. Magari poi in futuro, qualora uscissero ulteriori documenti ma credo che sia difficile perché abbiamo cercato parecchio tra archivi, biblioteche e tribunali, si potrebbe arrivare ad altre conclusioni”.
IL RUOLO DELLA FIAT NEGLI AIUTI AL TORINO - “Siamo andati al Centro Storico di Stellantis e ci hanno aperto i cassetti che erano chiusi dagli anni ’50/’60 – racconta Turco - e ci hanno mostrato una mole infinita di documenti che non erano mai stati aperti dai quali si evince che la Fiat diede una grande mano al Torino per rimanere in vita negli anni Cinquanta. Questo era completamente inedito e ci abbiamo messo un altro anno per esaminarli”. Aggiunge Savasta: “E’ stato un libro nel libro”. “Dei duecento documenti che abbiamo trovato ne abbiamo poi pubblicati una trentina, quelli più significativi – continua Turco -. Su alcuni documenti ci sono le firme di Valletta sui bonifici. Ma soprattutto c’è la richiesta di Valletta che nell’agosto del 1952 scrisse al presidente della Cassa di Risparmio di Torino che, come tutti i banchieri torinesi di quel periodo, non voleva concedere un mutuo al Torino perché il club era praticamente fallito e allora Valletta appunto scrisse che gli interessi, sotto traccia, li avrebbe pagati la Fiat e che quindi poteva concedere al Torino il mutuo. E così il Torino ottiene il mutuo. La cosa poi si ripeté anni dopo fino a quando Pianelli chiuse la vicenda pensandoci lui ad estinguere il mutuo.
Ci siamo anche chiesti perché la Fiat avesse dato questa grossa mano al Torino”. “Abbiamo due teorie – rivela Savasta – quella più buona e l’altra più cattiva”. “Io parlo di rimorso – dice Turco -. Perché l’aereo I-ELCE G 212 era della Fiat” e aggiunge Savasta che “nel corso della sua breve vita ebbe anche altri incidenti, per cui non era sicurissimo. Io invece parlo del tentativo di fusione. Si sa che negli anni ’60 la Fiat e Gianni Agnelli erano interessati a creare una grande polisportiva che agglomerasse il Toro e la Juve e che mettesse insieme il tifo granata con la potenza economica della Fiat per contrastare le milanesi. E questi tentativi di fusione si sono ripetuti a lungo fino a quando a un certo punto non è arrivato Pianelli e ha detto che non era interessato. Secondo me, questo aiuto, anche in senso non malizioso, ma era un tassello di un progetto un po’ più ampio”. Interviene Turco: “Ci sono anche documenti legati a questo tentativo di fusione. Agnelli aveva dato disponibilità e una somma consistente, mi sembra 30 milioni di lire, da dare alle due società di calcio a patto che entro fine anno ci fosse la fusione. Era proprio un tentativo non soltanto a livello progettuale, ma qualche cosa in più”.
IL PESO ANCORA OGGI DELLA SCOMPARSA DEL GRANDE TORINO - “Tantissimo - afferma Turco – dal punto di vista morale ed emotivo, ma anche calcistico e non potrebbe essere diversamente. Stiamo parlando di una squadra che all’epoca era la più forte del mondo scomparsa in un secondo e questo non può non aver avuto un impatto colossale. Trovo meraviglioso, sotto questo punto di vista poiché ci avviciniamo al 4 maggio, il racconto, che è quasi familiare, che è stato così per tutti noi. Ogni volta i nonni raccontavano la Storia del Grande Torino ai nipoti accompagnandoli a Superga mano nella mano. Poi i nipoti sono diventati grandi e a loro volta l’hanno raccontata ai fratelli, ai cugini, agli amici, ai figli e poi ai loro nipoti. E’ quindi è un rivivere costantemente questo tipo di situazione che ha creato uno spirito identitario fortissimo nelle tifoseria granata. Se mi permettete anche un passo piuttosto polemico legato al presente, è proprio legato a questo spirito identitario perché il Torino oggi non può essere equiparato ad altre grandi squadre dal punto di vista delle vittorie e neppure dei trofei che sono in bacheca, ma il Torino ha una Storia unica e proprio per questo va tutelato, protetto e innalzato. Nel momento in cui si vuole accantonare la Storia e l’identità si ammazza il Toro un’altra volta ed è un po’ ciò che è accaduto in questi ultimi anni e non va bene perché evidentemente crea degli sconquassi nella tifoseria che sono quelli che si stanno vivendo in questi ultimi tempi. Ripeto, il Torino va protetto per l’identità e la Storia meravigliosa e unica che ha e che naturalmente trae origine soprattutto da quello che è successo alle 17:03 del 4 maggio 1949 a Superga e poi attorno ci sono tutta una serie di Tragedie immani che sono un corollario di questa vicenda, Meroni, Ferrini, l’incidente di Radice negli anni ‘70. Tutta una serie di situazioni che vanno ad aggiungersi, ma è chiaro che il caposaldo è la prima squadra che era famosa in tutto il mondo, che aveva fatto una tournée trionfale in Brasile dodici mesi prima, che era attesa per andare a giocare il Mondiale del 1950 proprio in Brasile e che si ritrova a sparire in un secondo: non può non essere devastante e tutt’ora il marchio del tifoso”.
Savasta aggiunge una cosa: “Se fare un esperimento e in famiglia avete una persona molto anziana chiedetele cosa faceva quel 4 maggio del 1949 e lei ve lo dirà perché lo sa perfettamente. Ho mio zio che è legatissimo al Toro e ha 87 anni e si ricorda perfettamente che giocava a pallone nel cortile di casa e può dire cosa stesse facendo esattamente in quel momento, ma anche un tifoso non del Toro. Se fate l’esperimento state tranquilli che la persona anziana ricorderà cosa faceva in quel momento”.
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