ESCLUSIVA TG – Romiti (ToroMio): “I club riconoscano l’importanza dei tifosi e non li considerino solo clienti”

10.11.2021 11:00 di Elena Rossin   vedi letture
Fonte: Elena Rossin
Massimiliano Romiti
Massimiliano Romiti

Massimiliano Romiti è stato intervistato in esclusiva per TorinoGranata.it. Con Romiti, Consigliere ToroMio e Presidente del Comitato Noif (Nelle origini il futuro), abbiamo parlato dell’azionariato popolare nel calcio.

In Italia l’azionariato popolare nel calcio non esiste ancora, ma se ne parla molto. Come si potrebbe attuarlo? E cosa vi prefiggete voi di ToroMio e del Noif che vorreste che diventasse una realtà?

“E’ un modello che deriva dall’estero, nel senso che in Italia è sparito perché tutte le società sportive erano associazioni un tempo ed erano nate come tali, ma mano a mano in Italia sono rimaste solo società sportive completamente economiche nelle mani di padroni, società e fondi. Altrove invece sono sopravvissute quelle forme che vedono ancora i tifosi molto al centro. Ad esempio, se pensiamo al Barcellona, al Real Madrid o all’Athletic Bilbao in Spagna sono ancora associazioni. Anche in Germania una volta erano tutte associazioni e poi hanno deciso di trasformarsi in società economiche, ma hanno conservato al loro interno le associazioni di tifosi. Questo è, forse, il modello più equilibrato e che in un certo senso si potrebbe replicare in Italia, anche se addirittura in Germania le associazioni, nella maggior parte dei casi, mantengono la proprietà delle società come accade per il Bayern Monaco. Forse in pochi lo sanno, ma il club bavarese è di proprietà di un’associazione di tifosi. Il meccanismo di un’accoppiata tra una società sportiva economica, quindi una S.p.A o altro, e un’associazione di tifosi, contenuta all’interno della società sportiva e che sia in rapporto con essa e interagisca positivamente, è ciò che vorrebbe fare ToroMio da anni per il Torino. E anche tante altre associazioni in Italia aspirerebbero a fare lo stesso. In molti avranno sentito parlare di Interspac che è capitanata da un manipolo di persone molto importanti come Carlo Cottarelli. Ci sono anche i Piccoli Azionisti Milan, MyRoma e il Parma Partecipazioni Calcistiche che è forse l’unico esempio di una società di calcio abbastanza importante che vede una partecipazione minoritaria da parte di un ente composto da tifosi. ToroMio fa parte del Comitato Noif (Nelle origini il futuro)  che riunisce varie associazioni interessate all’azionariato popolare e ci siamo ritrovati proprio a Parma allo stadio Tardini perché il Parma Partecipazioni Calcistiche è in ottimi rapporti con il Parma Calcio 1913 per cui c’è stata la disponibilità da parte della società calcistica di mettere a disposizione i locali della sala stampa e dello stadio per ospitarci. Questo sarebbe bello che si ripetesse in tutte le piazze italiane. Il tifoso così sarebbe legato al club in maniera anche ufficiale attraverso una componente associativa che in Italia purtroppo ormai non esiste quasi più. C’è qualche esempio come il Bolzano, ma loro sono di cultura tedesca. In Italia i tifosi non sono più abituati a rapportarsi rispetto a quelli esteri con le società sportive”.

In Italia gestire una società di calcio non è facile e tanti club, anche molto importanti, hanno i conti in rosso e riuscire ad avere lo stadio di proprietà è difficilissimo. E poi ogni tifoso italiano è un allenatore e un commissario tecnico e avere una pletora di persone che a gennaio vuole decidere se basta comprare un terzino sinistro oppure serve anche una punta o un trequartista complicherebbe ancor più la gestione. Forse per questo è così arduo passare all’azionariato popolare?

“La partecipazione popolare non comporta decide in merito alle campagne acquisti o a tenere o cacciare un allenatore oppure un giocatore. Non accade così all’Athletic Bilbao e nelle altre società. Non si può fare un referendum per decidere come investire i soldi del club, ma si può esprimere un presidente alle elezioni. Tornado al calcio tedesco che, secondo me, è un modello più concreto per l’Italia e anche Interspac lo dice che il modello è il Bayern, riprendendo ciò che noi sosteniamo da anni. La società è in rapporto con l’associazione che esprime anche in parte i quadri dirigenziali del club, ma non si fanno i referendum sul mercato. Il concetto è: considerare la società sportiva locale anche un patrimonio sociale pubblico. E questo è molto distate dal concetto che c’è in Italia. Negli anni ‘80 in Italia c’è stata una riforma legislativa, fondata sul lavoro professionistico sportivo, che ha obbligato a trasformare tutte le società sportive in società di capitali professionistiche. Non voglio dire che non sia stata una cosa anche bella, pure in Germania è così, ma loro hanno conservato e preservato il legame con i tifosi. I conti, i bilanci in rosso e i momenti di crisi sono anche un po’ la conseguenza della modalità gestionale italiana. La Premier League fa caso a sé poiché è riuscita a creare un sistema economico pazzesco e forse è il più invidiato da tutti perché ottengono cifre esorbitati dai diritti tv e in taluni casi ritengono più importante avere un sacco di tifosi in Asia e guardano poco a quella che è la realtà originaria del club. Posso capirlo da un punto di vista meramente capitalistico, ma, secondo me, le due cose si potrebbero conciliare meglio con un sistema più equilibrato senza voler pretendere di controllare il mercato o comandare. Quello che non si capisce è che in un calcio tutto sommato in crisi, com’è quello italiano dal punto di vista delle gestioni, delle risorse, del numero delle presenze negli stadi e quant’altro, abbia ancora senso tenere i tifosi sostanzialmente al di fuori dei club. Altrove il rapporto con i tifosi oltre a rendere il calcio più bello alla fine è anche una risorsa. I fatturati in materia di merchandising o comunque di incassi provenienti dal rapporto con i tifosi in Germania costituiscono una fetta molto più importante di quella italiana e sono tutti soldi ai quali apparentemente il sistema calcio Italia rinuncia. Esiste la questione degli stadi di proprietà, ma sono tutte cose che nascono da un sistema che dovrebbe essere un po’ riequilibrato. Ed è quello che il Comitato ha cercato e continua a fare: l’emanazione di una legge che se non altro suggerisca un modello al sistema sportivo. Qualche cosa è stato fatto perché la prima norma che parla della partecipazione popolare è uscita nella legge delega della riforma sport grazie al nostro contributo, però il cammino in questo momento è nuovamente inceppato. Speriamo che si sblocchi perché aiuterebbe e così una società sportiva verrebbe se non altro stimolata a entrare in rapporto con i propri tifosi per farli venire a sé e fare anche in modo che il sistema dello sport professionistico svolga un po’ di funzione sociale. Questo porterebbe dei vantaggi alle società sportive perché, ad esempio, nel caso si volesse costruire uno stadio e la società avesse la partecipazione dei tifosi lo Stato potrebbe riconoscere risorse maggiori, ma se si è una società esclusivamente di capitali e di mero profitto, non c’è nulla di male sia chiaro, e avente ad oggetto la messa in scena di uno spettacolo magari io Stato ti tratto in modo diverso. Chi aspira nella maniera più sana alla partecipazione popolare vuole ricreare un’atmosfera che non c’è più, mentre una vota era differente poiché le società sportive erano più associazioni ed erano più semplici. Pensiamo anche solo al Torino che aveva il suo Circolo Soci che oggi è un’associazione esterna. E’ pur sempre qualche cosa, ma non è più ciò che era originariamente perché non c’è più un rapporto diretto con la società. Mi ricordo che la sede di corso Vittorio Emanuele II era un luogo di ritrovo per i personaggi granata legati alla società. Oggi il tifoso del Toro va allo stadio per la partita, ma non ha altri luoghi di aggregazione o almeno ne ha pochi, mentre all’estero è diverso. C’è la birreria del Bayern o quello che ha il River Plate, che ha totalmente un club associativo partecipato e ha una polisportiva. Edè così il Toro che vorrei, come direbbe la buon anima di Don Aldo Rabino. Se si va a Buenos Aires il River ha un intero quartiere e se lo si filmasse, facendolo sorvolare da un drone, si vedrebbe al centro il Monumental, che chiaramente è il tempio del calcio, e attorno campi da tennis, piscine e quant’altro. Il marchio River ha espresso campioni di valore assoluto sia a livello olimpionico nel nuoto sia nel tennis come Gabiela Sabatini, ma tutto gira sempre attorno al fenomeno principale che è la squadra di calcio. E anche questo è un modo di utilizzare il brand che in Italia non esiste, forse un po’ lo fa solo la Lazio come polisportiva originaria, ma per noi è assolutamente un’eccezione, mentre altrove è la regola. Lo stesso tifoso italiano è disabituato e si concepisce in modo diverso dai tifosi stranieri. In Germania l’associazione della tifoseria del Bayern sta facendo forti pressioni per rompere il legame con la sponsorizzazione qatariota per il discorso dei diritti umani. E possono farlo perché sono in 380mila. Oltre al fatto che in Italia manca una legislazione l’altro aspetto è che l’associazionismo tra i tifosi è veramente un fenomeno limitato. E con l’avvento dei social è ancora peggio perché i like, i mi piace, o i parteciperò non sostituiscono il fatto di costituire un ente rappresentato stabile e permanete. Per entrare in dialogo con le società sportive e provare insieme a cambiare qualche cosa ci vorrebbe un qualcosa di riconoscibile e permanente. Invece, quasi tutto si risolve in emozioni affidate al web. Ma questo modo di fare non incide molto”.

Servirà ancora del tempo prima che ci sia la coscienza diffusa per arrivare all’azionariato popolare.

“Io percepisco però anche tanta sfiducia perché non si crede che si possa fare davvero qualche cosa. Intanto contano solo i soldi. Si pensa che se ne possano raccogliere di più se si è in cento oppure in diecimila? E se anche in pochi mettessero la cifra che ci metterebbero i tanti che non possono permettersi un esborso elevato verrebbe meno il concetto di partecipazione popolare diffusa. Il tifoso oggi delega a un capo che deve garantire delle cose. Secondo me, farebbe la differenza una rappresentanza veramente stabile, identificabile e numerosa. Questo è il passo che deve fare qualsiasi gruppo di tifosi di buona volontà se vuole diventare un soggetto interlocutore valido. Sono stato in contatto con i ragazzi di Livorno Popolare che hanno vissuto il fallimento del club in questi ultimi mesi e si era creato un movimento Internet abbastanza importante in cui erano stati raggiunti 4000 contatti e anche un’interlocuzione con la società. Nell’occasione avevo detto loro di cercare di mantenere una stabilità attorno a questo numero di contatti e all’entusiasmo che era stato raccolto perché se non lo avessero fatto poi sarebbe restato solo il ricordo del periodo di Livorno Popolare. Ed è proprio questo il rischio per tutte le tifoserie: creare entusiasmo che non produce effetti di una reale partecipazione del tifoso all’interno del club”.

Che cosa state facendo voi di ToroMio e del Comitato Noif?

Ci esponiamo in modo costruttivo e cerchiamo di dire che cosa bisognerebbe fare per arrivare a contare di più. Però la stessa piazza di Torino da questo punto di vista è molto difficile perché ci sono tante personalità, individualismi e pensieri, ma non demordiamo”.

Ipotizzando che fosse già possibile attuare l’azionariato popolare grazie a leggi ad hoc, come si potrebbe indurre il presidente Cairo ad accettarlo?

“Qualora ci fosse una legge essa non potrà mai muoversi nel senso di espropriare il Toro al suo proprietario. Il concetto è che se non si ha un ente sufficientemente forte per numeri, marketing e denaro non si può indurre il proprietario ad accettare l’azionariato popolare. Il Bayern, ad esempio, fa contratti di sponsorizzazione da paura anche perché ha un’associazione di quasi mezzo milioni di bavaresi, che con le famiglie arriva a più di un milione, che sono un bacino fidelizzato di marketing. Verrebbe da chiedere perché le società sportive italiane, quindi anche il Torino Fc, non sviluppano un discorso simile? Un tifoso-socio è più legato al club rispetto a un tifoso-member o a chi ha la tessera Fidelity Card. La stessa Premier alla luce del fenomeno Superlega ha avviato delle aperture nei confronti dell’ingresso dei tifosi nelle società iniziando a introdurre i supervisor. Il tifoso inglese vive il campionato più privato del mondo, però, secondo me, ha una mentalità più unitaria e ha il concetto di sport come bene nazionale pubblico. Con il caso Superlega ci sono stati anche parecchi pasticci, ma il premier Boris Johnson è arrivato a minacciare i club che vi avevano aderito perché il calcio è concepito come un patrimonio nazionale sociale, al di là del fatto che sia il campionato dei Paperon de’ Paperoni e che sia da tutti seguito solo per questo come modello. L’espressione però dell’identità sportiva è stata di un certo tipo e i miliardari padroni dei club hanno dovuto fare marcia indietro anche su precisa pressione politica, probabilmente più che su quella dei tifosi che si erano opposti alla Superlega con manifestazioni importanti come il blocco dell’ingresso al centro sportivo del Manchester United. Da noi è più difficile perché siamo più frammentati e, come ho detto, non c’è un associazionismo di base che sostiene. E senza questa presenza importante non si può indurre nessun presidente ad aprire all’azionariato popolare. Prima bisogna costruire una presenza importante, ma non nel senso di “sommossa” o anche di marcia dei 50000. Io ho partecipato alla marcia dei 50000 che è stata un episodio fondamentale della storia granata, ma quanto sarebbe stato bello se da quella marcia fosse rimasta l’associazione dei 10000? Questo sarebbe stato un segno che avrebbe sviluppato un cammino nel tempo e ci deve far riflettere tutti. Da un certo punto di vista adesso i tempi sono favorevoli. Il calcio vive grandi problemi di risorse finanziarie e l’avvicinare i tifosi come risorsa economica sarebbe utile. Penso che nell’immagine di molti padroni del pallone il calcio ideale sia quello che a fine campionato arrivino una valanga di proventi dai diritti tv, che si gestiscano un po’ di plusvalenze in maniera proficua e anche affrontando il mercato con capacità e tutto sommato, almeno da noi, il tifoso è visto come un incomodo, una cosa da gestire e che produce guadagni marginali. E’ più facile ottenere 50 milioni di euro da diritti tv o plusvalenze che sviluppare il rapporto con il tifoso facendo circoli e creando aggregazione. Per sviluppare il bacino di marketing ci vogliono investimenti. Mi sembra che tanti presidenti italiani siano portati a volere margini di profitto estremamente alti, ma in questo momento i club sono molto fragili e privi di contenuti. Il Torino potrebbe esprimere contenuti molto superiori e invece si “auto-riduce” a un piccolo cabotaggio. Ovviamente ci vorrebbe un po’ più di rischio, d’impegno e considerazione dei tifosi. La cosa che rovina il rapporto con la piazza è la percezione che la società non vuole tanto bene al tifoso, che non lo considera molto. Poi può operare bene o male, ma alla fine non si vede mai sviluppare la cosa che sta più a cuore al tifoso: il rapporto fra il tifoso, con la sua famiglia e i suoi figli, e il Torino Fc. Il tifoso del Toro vorrebbe una Torino più granata, magari un quartiere granata che va dal Filadelfia al Grande Torino con luoghi d’intrattenimento. Ma non abbiamo questo. Abbiamo un Torino che oggi gioca meglio, il che fa piacere, e sono arrivati alcuni giocatori in gamba, però non si ha la percezione di un qualche cosa che mano a mano si compatta tra la società e la gente del Toro. Questa, tra le varie cose, è ciò che ha più a cuore ToroMio.  Il successo sportivo arriva se c’è anche una base che sostiene. Sono discorsi complessi che ovviamente non riguardano solo il Torino. E’ una questione italiana che ho visto trattata in modo diverso a Parma, bisognerà però vederne gli sviluppi. A Parma si è partiti da un fallimento, ma subito c’è stata la partecipazione da parte dei tifosi e questo ha creato un volano. Vedremo come evolve la situazione poiché adesso c’è una proprietà americana che per il momento sta continuando in qualche modo a collaborare con i tifosi. Apparentemente sembrerebbe la via giusta per risollevare un po’ il calcio, ma se ne devono convincere innanzitutto i presidenti perché non si può forzarli legalmente a cedere delle quote. I tifosi, però, devono essere in grado di dare buone ragioni ai presidenti affinché aprano all’azionariato popolare e i padroni del calcio devono capire che sono custodi di un patrimonio storico e sociale. Una società di calcio non é una fabbrica di bulloni”.

Il tifo è sentimento ed emozione e questi non sono aspetti commerciabili.

“Io sono innamorato del Toro perché lo era mio padre, perché lo sono tanti amici. Tante persone che ho conosciuto mi hanno raccontato aspetti umani, mi hanno fatto entrare nelle emozioni di tante persone e tutto questo ha lasciato un segno per sempre dentro di me. So che si arriva ai vertici di una società di calcio e si è un top manager, però è anche importante capire le caratteristiche del business che si sta amministrando. E laddove questo è sviluppato sotto forma di legame con i tifosi ha dato anche eccellenti risultati economici e di successo sportivo. Se si pensa a chi ha vinto le ultime dieci Champions League, tolti i successi del Chelsea e del Liverpool, tutti gli altri sono del Bayern Monaco, Real Madid e Barcellona che sono tre modelli di partecipazione dei tifosi all’interno dei rispettivi club. Per l’Italia vedo meglio il modello tedesco perché loro sono più precisi e rigorosi, mente la crisi del Barcellona dimostra che nei paesi latini la partecipazione a volte produce anche conti pesantemente in rosso, ma questo non avviene solo nei paesi latini. Dei tre grandi club spagnoli partecipati ammiro tantissimo, anche per ragioni affettive, l’Athletic Bilbao perché ha concezione della sua gente e c’è un legame e un senso di appartenenza e di identità molto forte. Due settimane fa al San Mamés hanno fatto l’assemblea dei soci, loro hanno dei meccanismi che permettono non di dire al presidente che adesso va comprato il tal giocatore, ma il consiglio direttivo della società è posto annualmente all’esame dell’assemblea dei soci e riceve valutazioni. In caso di valutazioni negative il consiglio direttivo è costretto a porre rimedio entro un certo lasso di tempo e se non lo fa si può arrivare fino alla destituzione. Ci sono quindi meccanismi di controllo. Figuriamoci se in Italia un presidente di una squadra di calcio si sottopone a un tale controllo. Non voglio dire che sia questo che si vuole. In questo momento l’aspetto fondamentale è che i club tornino a riconoscere con convinzione l’importanza dei tifosi e quindi si ri-crei il rapporto che non sia semplicemente l’attuale dove non interessa alla società che il tifoso si senta parte del club, ma interessa che sia solo un cliente”.