Tifosi divisi sulla contestazione alla società: è un vantaggio solo per Cairo e non si fa il bene del Toro

Tifosi divisi sulla contestazione alla società: è un vantaggio solo per Cairo e non si fa il bene del ToroTUTTOmercatoWEB.com
Tifosi del Toro
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Oggi alle 08:00Primo Piano
di Elena Rossin
fonte Elena Rossin

La tifoseria granata storicamente era fra le più belle d’Europa: calda, passionale, davvero il 12esimo uomo in campo. Gli ultras del Toro erano rispettati da quelli delle altre tifoserie, ogni tanto con alcuni se le davano di santa ragione, accade anche se di rado ancora, però con altri avevano anche gemellaggi, alcuni resistono ancora oggi, solidi. Mai c’erano vedute di fondo differenti tra i fratelli e le sorelle granata. Poi nel 2005 c’è stato il fallimento del Torino e il successivo intervento fondamentale dei “lodisti” per evitare che il club fondato nel 1906 ripartisse da categorie inferiori alla B e infine l’arrivo di Cairo ed è con il nuovo patron che tutto è cambiato.

Negli ultimi 15 anni progressivamente i tifosi del Toro hanno iniziato ad allontanarsi gli uni dagli altri divisi sull’operato del presidente Cairo. E anche il nocciolo duro della Curva Maratona, punto di riferimento per tutta la tifoseria organizzata, ha iniziato a dividersi. Alcuni capi storici se ne sono andati e altri sono stati sostituiti da nuove leve che evidentemente non hanno saputo e voluto restare uniti e ancor di più non hanno compreso che la società aveva tutto l’interesse nel dividerli. Se hai tifosi forti e uniti non puoi fare ciò che vuoi del club. Intanto i tempi stavano cambiando le regole per chi frequentava gli stadi venivano inasprite, la gente in generale, nel calcio come nella vita, tendeva e tende sempre più ad adagiarsi con le tv a pagamento e i social che hanno dato una buona spinta il tal senso.

Cairo, padre padrone, poco alla volta ha “sgranatizzato” il Torino, e intanto i risultati sportivi latitavano, anche se da 14 anni la squadra si è assestata in Serie A, e i tifosi del Toro si dividevano sempre più fra quelli che accettavano che il Torino diventasse una squadra da metà classifica pur di non correre il rischio di fallire nuovamente e quelli che iniziavano a prendere le distanze da chi gestiva la società. Tanti eventi poi hanno inasprito le distanze fra tifosi, l’esperimento sociale in Curva Primavera (biglietti venduti a tifosi di squadre avversarie in un settore frequentato soprattutto da famiglie anche se non solo) ha poi anziché riunito diviso ancor di più, seppur abbia creato indignazione che però presto è passata nell’oblio complice anche il fatto che non tutti hanno capito appieno quanto fosse accaduto.

I tifosi del Toro che contestavano si sono anche un po’ chiusi a riccio, forma di auto-protezione comprensibile che però non ha aiutato. E quelli che sempre più diventavano gli altri sono rimasti vicini a un club che garantiva una più o meno tranquilla mediocrità. Nel calcio il divario fra i club di prima fascia e tutti gli altri si è fatto sempre più netto e Cairo diventava un presidente che tutto sommato faceva galleggiare la squadra. Il Filadelfia dopo anni di battaglie dei tifosi è stato ricostruito solo per la parte sportiva mancando ancora il Museo ed è passato dall’essere la casa del Toro a un centro sportivo blindato che solo pochissime volte all’anno, come accadrà oggi pomeriggio, apre le porte ai tifosi. Succede anche altrove, ma questo ha spezzato quel legame fortissimo e unico che univa i giocatori con la gente del Toro. Sempre più la squadra è stata infarcita di giocatori stranieri la maggior parte dei quali non conoscono la storia del club. In generale i calciatori stavano e stanno pochi anni con i migliori sempre venduti per fare plusvalenze. Per non parlare degli allenatori mai messi nelle condizioni di lavorare al meglio con rose il più delle volte inadatte al loro gioco e incomplete. Il settore giovanile, che per anni era stato il fiore all’occhiello del club, sempre meno forniva calciatori alla prima squadra e pensare che una volta se si scorrevano le formazioni delle squadre di A e B si trovavano giocatori cresciuti calcisticamente nelle giovanili del Toro che potevano dal portiere all’attaccante formare più di una squadra.        

Le giovanili per anni sono state sparpagliate fra vari comuni dell’hinterland e la Primavera ha anche dovuto andare a giocare fuori provincia e solo recentemente, dopo anni di lavori al rilento, è stato edificato il Robaldo, non ancora del tutto ultimato, che almeno ha riunito in un unico luogo le categorie dall’ Under 13 alla 16, mentre la Primavera si allena e gioca a Orbassano. Poi c’è l’annosa questione del Museo del Toro, e anche su questo i tifosi sono spaccati fra chi sta con l’Associazione Memoria Storica Granata del presidente Beccaria che lo gestisce e chi no, invidie, gelosie, ripicche e quant’altro. Poi ci sono il Circolo Soci e l’Associazione ex Calciatori Granata che anche per ovvi motivi non possono essere così distanti dalla proprietà, seppur al loro interno c’è anche chi lo sia di più.

A grandi linee e solo toccando alcuni punti è evidente da questi accenni che il mondo granata è diviso e ogni parte ritiene, com’è normale che sia, di essere nel giusto e di essere l’unico e vero tifoso del Toro. Una tale quadro non poteva che essere la base fertile sulla quale innestare la “sgranatizzazione” del club, che ha una struttura dirigenziale ridotta al minimo e che risponde direttamente a Cairo. Come ironizzano alcuni non si muove foglia che Cairo non voglia. All’interno della società non c’è più nessuno che trasmetta i valori granata e il senso d’appartenenza e se qualcuno c’è ancora deve stare ben attento a uniformarsi alle linee guida della gestione per non perdere il posto di lavoro. Cairo poi è un ottimo comunicatore e sa come dipingere il suo operato nel migliore dei modi, ha anche giornali e tv che rendono questo molto più agevole. E’ un imprenditore importante nel campo dell’editoria e della pubblicità e non accetta critiche, a nessuno piace riceverle, e difficilmente lo si mette in difficoltà muovendogli qualche appunto. Non va poi dimenticato che possedere una squadra di calcio permette di avere visibilità e accresce il potere favorendo gli affari, non proprio un dettaglio che spiega in buona parte perché pur contestato sempre più Cairo non abbia finora venduto il Torino.  

Poco alla volta tanti tifosi si sono allontanati e così per avere sempre uno stadio con una buona affluenza di pubblico, influisce anche sulla quota dei ricavi derivanti dai diritti tv, sono iniziate le promozioni con biglietti scontati e gli inviti alle scolaresche e alle Academy legate al club che portano sugli spalti persone. Mossa legittima, ma che crea anche discordia. Così sempre più la contestazione si è accresciuta fino alla decisione, sofferta e dolorosa, dei gruppi organizzati della Curva Maratona di non entrare allo stadio nelle partite casalinghe (a oggi  quattro: Lecce, Bologna, Lazio e Parma), alla quale hanno aderito anche quelli della Curva Primavera, e intanto i toni si sono surriscaldati, arrivando ad augurare la morte a Cairo e questo va condannato, oltretutto così facendo si passa automaticamente dalla parte del torto.

 Chi contesta rimanendo fuori dallo stadio accusa chi entra di essere complice di Cairo. Bisogna essere più razionali e mettere il bene del Toro come priorità assoluta. Non si può pensare che un tifoso del Toro non lo voglia e che non si renda conto che la mediocrità non è confacente con la Storia del glorioso club granata. Ci vuole un fronte comune e unito da parte dei tifosi granata altrimenti si fa il gioco di chi invece utilizza sapientemente la strategia del divide et impera, dividi e comanda, che ovviamente va a vantaggio solo di Cairo che ha già più volte detto che è disposto a vendere il Torino, ma che nessuno è andato da lui per comprarlo. Vero o no non è neppure questa la questione perché intanto la tifoseria granata può essere dipinta come la responsabile di un ambiente difficile e quindi questo può scoraggiare un potenziale acquirente come si è premurato di sottolineare Cairo: “Il presidente può cambiare: io sono presidente pro tempore, quindi prima o poi venderò il Torino ed arriverà un altro. Ma il problema è che, se questo è l’ambiente, per il nuovo presidente che arriverà sarà la stessa cosa”.
Contestare pacificamente non è solo lecito, ma doveroso. Però va fatto con un fronte coeso da parte di tutti perché non ci sono tifosi granata di Champions League o di Serie D e i rancori e le incomprensioni vanno messi da parte poiché c’è un unico bene supremo da salvare: il Toro