ESCLUSIVA TG – Fornaro: “Problema del subire gol nei finali? Ci sono tecniche di allenamento mentale per sganciarsi emotivamente da quello che succede in campo”

11.05.2022 11:00 di Elena Rossin   vedi letture
Fonte: Elena Rossin
Francesco Fornaro
Francesco Fornaro

Francesco Fornaro è stato intervistato in esclusiva da TorinoGranata.it. Fornaro è un trainer e mental coach con collaborazioni con diverse realtà sportive relativamente all’allenamento mentale. Con lui abbiamo affrontato la questione che il Torino in questa stagione ha subito parecchi gol, 17, dal minuto 75 in poi e questo ha fatto della squadra granata quella che ha perso più punti in Serie A, ben 22 in 36 partite, nell’ultimo quarto d’ora più recupero di gioco.

Come si spiega che il Torino subisca parecchi gol dal minuto 75 fino al termine delle partite e che avrebbe 22 punti in più se le gare durassero 74’?

“Se ci fosse una sola spiegazione sarebbe facile intervenire. Spesso quando ci sono anomalie statistiche e quando ci sono numeri che spiccano rispetto ad altre squadre c’è un insieme di concause. Quindi si può andare a cercare su come la partita viene gestita tatticamente nell’ultimo quarto d’ora, come il match viene gestito fisicamente nei finali e ci si può domandare che cosa succede nella testa dei calciatori negli ultimi minuti. In quest’ultimo ambito, che è quello di cui mi occupo, non è così immediato trovare le risposte, però bisogna fare attenzione al fatto che non si instaurino nelle menti dei giocatori convinzioni che non sono funzionali a portare a casa il risultato. Faccio un esempio, se si perde una partita che non dico era stata dominata, ma quantomeno controllata e negli ultimi cinque minuti il risultato viene ribaltato dagli avversari e la squadra perde e accade una volta questo tendenzialmente non lascia strascichi o quello che lascia è amarezza, rabbia, ma finisce lì. Invece se questa cosa accade una seconda volta o peggio una terza volta si potrebbero iniziare a partorire pensieri che sono del tipo “noi siamo quelli che sono più deboli negli ultimi minuti”, “siamo quelli che perdiamo le partite nel recupero”, “ siamo quelli che andiamo in difficoltà nell’ultimo quarto d’ora” e queste tipologie di pensieri possono avere un’influenza sulla performance fisica, su quello che atleticamente e tecnicamente l’atleta riesce a fare in campo e di fatto può diventare una profezia. Senza rendersene conto, se accade, si alimenta la paura che è stata pensata, cioè si rende la paura reale. Non si può dire se questo è il caso del Torino, ma se si vuole cercare una spiegazione potrebbe risiedere in un meccanismo di questo tipo”.

Una concausa potrebbero essere i tanti infortuni che hanno colpito i giocatori chiave del Torino a iniziare da Belotti, ma anche altri come Praet, Pjaca o seppur in misura minore Mandragora e Brekalo?

“Assolutamente, ed è per questo che parlo di concause. Faccio una distinzione: supponendo un modello di gioco, una mentalità che prevede l’aggressione della partita dall’inizio alla fine oppure di averne un altro che è quello di una volta che è stata incanalata la partita in una certa direzione la si vuole gestire. Per fare una cosa o l’altra si ha bisogno di giocatori diversi. Una squadra che vuole aggredire sempre la partita dovrà lavorare sulla corsa, sull’atleticità in maniera diversa rispetto a chi attraverso il posizionamento e il mantenimento della palla vuole gestire la partita. E se viene a mancare il giocatore che serve ad applicare la filosofia che si vuole è normale che la squadra vada in difficoltà”.

Un’altra spiegazione potrebbe essere che il Torino non fa abbastanza gol in precedenza e anche nei finali e che in generale non riesce a tramutare le occasioni che crea in gol veri e propri?

“Sì, ma il calcio è strano da questo punto di vista. E’ uno sport particolare per quel che riguarda il punto di vista mentale. A volte si rimane con un gol di vantaggio che formalmente lo si vede pericoloso perché basta fare un errore, una palla data un metro più avanti o indietro, e subire gol perdendo due punti perché il vantaggio diventa un pareggio. Però allo stesso tempo l’avere un solo gol di vantaggio tiene alta la soglia d’attenzione che permette di sbagliare meno. Quando invece si hanno due o tre gol di vantaggio inconsciamente ci si rilassa e quindi si abbassa la soglia d’attenzione perché si sa che quel pallone che si ha tra i piedi pesa mento, tanto c’è del margine avendo due o più gol di scarto. Questo però se poi cambia l’inerzia della partita può diventare un problema. Per cui non si deve per forza segnare tanti gol per poi mentalmente sentirti sicuro, alle volte ci si sente più sicuri o comunque si ottiene il risultato anche con un margine piccolo perché permette di stare più attenti. E’ un po’ come guidare un auto a 180 all’ora piuttosto che a 90 e non è detto che farlo a 180 sia più pericoloso perché magari a 90 si è così tanto rilassati e tranquilli che si commettono errori, mentre a 180 si è super focalizzati e si è più precisi e reattivi in quello che si fa. Comunque i limiti di velocità non vanno superati e non si deve andare a 180 all’ora. Non per forza c’è un collegamento fra il non segnare tanti gol e andare in difficoltà nei minuti finali, ma bisognerebbe al Torino indagare questa cosa e capire quali meccanismi si mettono in atto”.

Il Torino ha anche una tra le rose più giovani della Serie A e Juric in panchina ha parecchi giocatori che hanno meno di 22 anni. Questa può essere un’altra delle concause?

“Sicuramente, è facile vedere un collegamento perché le sostituzioni sono fatte a mano a mano che la partita procede. Al netto degli infortuni o delle espulsioni non si fanno le sostituzioni a un quarto d’ora dall’inizio, ma dalla fine. Ed è chiaro che se gli atleti che vanno in campo hanno meno dimestichezza ed esperienza dal punto di vista della gestione del risultato qualche cosa in meno la possono dare. Detto questo, almeno io personalmente faccio il tifo e voglio e cerco allenatori che abbiano, o per necessità o per scelta, intenzione di far giocare i ragazzi giovani altrimenti si crea il paradosso che non ha nessun senso: si vogliono ragazzi esperti ai quali però non si permette di fare esperienza. Meglio allora l’errore fatto da un giovane che il cercare di evitare l’errore non facendolo giocare. Se poi questo costa dei punti lo capisco, ma noi in Italia valutiamo principalmente il risultato piuttosto che il progetto che c’è dietro. Però se si chiede a me un parere sono ben contento che in campo vadano i giovani, anche se poi questo può costare qualche cosa in termini di esperienza o di qualità del risultato che si porta a casa”.

La stagione è finita, ma pensando al futuro del Torino che cosa può fare un allenatore come Juric che ha un gioco ben preciso e che vuole che la sua squadra “aggredisca” l’avversario dall’inizio alla fine? Come può agire sulla testa dei calciatori in modo da non subire più tanti gol nei finali di partita che fanno perdere troppi punti?

Si possono fare diverse cose. Una di queste è entrare in confidenza, in contatto con tecniche di allenamento mentale che chiunque può applicare e che diversi atleti che lavorano sulla parte mentale della prestazione sportiva conoscono e utilizzano e che permettono di sganciarsi emotivamente da quello che succede in campo. Più in generale, permettono di non essere condizionati nella prestazione da quello che sta facendo la propria squadra in campo oppure l’avversario, il pubblico, il contesto, il clima. Cioè tutti quei fattori esterni su cui non si ha il controllo e quando si riesce a performare a prescindere da quello che succede fuori da se stessi sicuramente si ha un vantaggio. Ad esempio, pensiamo al commettere un errore in campo, cosa che può succedere e che non è un problema soprattutto se non è di concetto, ma tecnico poiché può accadere per mille motivi. Però diventa un problema se poi sposta emotivamente. Se a seguito di quell’errore si perde confidenza, fiducia, si inizia a fare il compitino piuttosto che essere un po’ più coraggioso magari si perde anche forza fisica perché il corpo reagisce alle emozioni. E una delle cose che si possono fare è allenare la testa dei giocatori affinché il loro stato emotivo e mentale si sganci completamente da avversario, stadio in cui si gioca e situazione di classifica e possano essere veramente liberi di esprimersi al 100%. Questo si può fare perché è tecnica e non talento. Sono cose che si fanno nel cervello e vanno imparate, applicate e allenate affinché diventino automatiche”.

Può fare un esempio di un esercizio mentale che può essere fatto?

“Non si tratta di un semplice esercizio, ma sono tecniche che riguardano sia l’uso del corpo sia il riscaldamento mentale che si fa prima della gara che poi rendono impermeabile, o comunque più impermeabile, a quello che accade fuori da se stessi. Si pensi al vantaggio per un atleta nel riuscire a dare il 100% sullo zero a zero, ma darlo anche quando la squadra vince due a zero o perde. E’ un vantaggio enorme perché se l’abilità di gestire emotivamente non la si ha di fatto si è un po’ vittima, si è un po’ condizionati dal risultato o da quello che succede fuori da se stessi e quindi questo non rende standard la performance. L’atleta forte mentalmente sa fare questo: rendere affidabile, io dico ripetibile, e prevedibile la sua prestazione e non sperare, augurarsi di essere performante al 100% quel giorno per ciò che ha da dare, ma di poterci contare ed essere determinante per essere un calciatore del tutto completo. Ed è prettamente un tema di allenamento mentale”.