Relazione della commissione dei tecnici sul Filadelfia

L'architetto Eraldo Martinetto ha scritto una commovente introduzione alla relazione sullo studio di fattibilità dell'integrazione del Museo del Grande Torino nella ricostruzione del Filadelfia.
12.09.2012 17:56 di Elena Rossin   vedi letture
Fonte: Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata
Relazione della commissione dei tecnici sul Filadelfia
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© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Ieri si è svolta la visita della commissione dei tecnici incaricata dalla Fondazione Stadio Filadelfia di eseguire lo studio di fattibilità dell’integrazione del Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata nel fabbricato del futuro Stadio Filadelfia.

Pubblichiamo l’introduzione alla relazione descrittiva dell’architetto Eraldo Martinetto, presidente della commissione dei tecnici.

“Sono le ore 14,30 del 17 aprile 2012 e mi trovo al centro del campo di quel che rimane del glorioso STADIO FILADELFIA, immobile, quasi svuotato da ogni energia, lo sguardo che fissa le colline a nord. Al di là delle case di via Spano mi appare nitida la sagoma della Basilica di Superga, ancora oggi la principale colpevole, ai miei occhi, della tragedia crudele avvenuta in quel maledetto 4 maggio 1949 alle ore 17,03 in cui il G212, sotto l'infuriare di un violento nubifragio, si schiantava con il suo “prezioso” carico contro il basamento della Basilica.

Oggi per me deve però essere un giorno positivo, poiché sto eseguendo il sopralluogo utile e necessario alla progettazione del nuovo FILADELFIA.
Quanti ricordi ancora vivi e nitidi scorrono nella mia mente, la maggior parte dei quali riferiti all'infanzia e di cui, ancora oggi, ne sono cosciente e geloso.
Come per incanto ritorno indietro nel tempo: è il 2 maggio 1948, una domenica per me molto importante poiché oggi, per la prima volta, assisterò alla partita del Torino che riceverà, al Filadelfia in un derby minore, l'Alessandria. Grande agitazione mi coglie sin dal mattino e per distrarre la mente mi metto a lustrare e spolverare, sul ballatoio di casa, l'unico mezzo di trasporto posseduto dalla nostra famiglia: la robusta bicicletta Benotto, usata da mio padre per recarsi giornalmente al lavoro. Noto che il telaio presenta segni di usura dovuti al contatto con la borsa di cuoio contenente l'immancabile “barachin” con il pranzo del mezzogiorno. L'unico segno di progresso è un piccolo motorino “Mosquito” che spande, anche da fermo, un odore di miscela bruciata. Nel primo pomeriggio finalmente si parte. Nessuna bandiera tra le mie mani, ma una semplice maglietta granata regalatami per la mia promozione. Mi sistemo sulla canna, poche pedalate vigorose di mio padre e poi entra in funzione, schioppettante, il motorino. Le brusche accelerazioni unite al selciato sconnesso delle vie mi fanno sobbalzare tanto che le gambe, mano a mano che ci avviciniamo al Filadelfia, mi si rattrappizzano e il fondo schiena mi duole. Che emozione entrare nel piazzale, antistante la tribuna, gremito da tifosi vocianti e festanti. Il cancello a due battenti di colore granata con su impresso il Toro rampante è aperto e ci inghiotte all'interno. Sulla destra, il fronte mascherante la tribuna, è simile ad un semplice edificio di periferia con il piano terreno protetto da un lungo ballatoio e caratterizzato orizzontalmente da corsi di mattoni scuri e, verticalmente, da lesene in cemento. La gente indossa i vestiti della domenica, portati con dignità malgrado gli evidenti segni di usura e parecchi calzano cappelli di Borsalino di feltro grigio. Penso che allora è vero che i tifosi del Toro si avvicinano allo stadio come se fosse un luogo sacro che richiede rispetto e dedizione. Mio padre, come tanti altri, addossa la bicicletta contro il muretto delimitante il campo da gioco e mi issa sulla sella. Mi aggrappo con forza alla rete di recinzione mentre sono tenuto in equilibrio dal suo braccio destro che mi cinge la vita. Aspiro profondamente l'odore dell'erba tagliata da poco, mentre vengono annunciate le formazioni. I tifosi chiamano i giocatori con soprannomi di fantasia mano a mano che si affacciano dallo stretto sottopasso dalle pareti sgretolate. Prima di vederLi apparire si ode il rumore dei tacchetti sui gradini della scala collegante il campo con gli spogliatoi. Il rumore viene subito coperto dall'urlo della folla impaziente che la gara inizi. La partita ha un andamento stanco e svogliato, ma dopo i mugugni del pubblico, i gol fioccano sino al rotondo punteggio finale di 10 a 0. Ad ogni gol alzo gli occhi sopra la curva nord individuando subito in lontananza la sommità della Mole e, più in alto a destra, la sagoma della Basilica di Superga. Il gesto viene ripetuto per ben 10 volte come ringraziamento, forse esagerato, ma in quel momento non mi riesce di far altro.
Come potevo prevedere, in quel momento di gioia, che 363 giorni dopo l'aereo che trasportava i miei “Eroi”, si sarebbe schiantato contro il basamento della Basilica.

Sono circa le 17,30 del 4 maggio 1949, quando dai vari ballatoi delle case limitrofe alla mia, incominciano ad intrecciarsi voci esagitate, mentre la gente si muove con movimenti innaturali nelle vie sottostanti. In principio non comprendo cosa viene detto, ma in seguito odo distintamente la frase “IL TORO E' MORTO”. Mi precipito in strada, dopo aver indossato la mia maglia granata, per non far capire a mia madre che sto piangendo. Nella via le persone si fermano interrogandosi: “quando è successo?”, “ci sono vittime?”, “chi si è salvato?”, “andiamo tutti a Superga per dare una mano ai soccorritori”. Rifiuto la triste realtà, ostinandomi a credere che non è vero quel che odo: infatti in lontananza mi pare di udire la voce nitida della tromba di Bolmida che incita i Ragazzi ad alzarsi, a rimboccarsi le maniche, poiché è ora di andare ancora a vincere. Il Fila Vi aspetta, raccogliete le Vostre valigette sparse intorno, ordinate gli indumenti da gioco. Fate presto poiché i Vostri nomi riecheggiano già sugli spalti: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Le magliette però mi paiono molto più scure, quasi fossero intrise di sangue. Solo in quel momento mi rendo conto che non Vi alzerete mai più, poiché oggi è arrivata la nostra più cocente sconfitta: ha vinto per la prima volta un avversario più forte di Noi “LA MORTE”.

Russ come 'l sang fort come 'l barbera veuj ricurdete adesse, me Grand Turin.....tlas vinciu 'l mund a vintani t'ses mort me Turin Grand me Turin Fort. (Giovanni ARPINO, aprile 1974). (Rosso come il sangue forte come la barbera voglio ricordarti adesso, mio Grande Torino ….. hai vinto il mondo a vent’anni sei morto mio Grande Torino mio Torino Forte).

Sono nuovamente sul prato del Filadelfia e riesco finalmente a muovermi ed andare verso il sottopasso, attorno a me solo ruderi, sterpaglie, silenzio.
Mi ricordo ciò che un giorno vidi su una fotografia fatta all'Anfield Road, lo stadio di Liverpool, che riportava una bellissima frase rivolta come incitamento ai calciatori: “NON CAMMINERETE MAI SOLI”.


Ebbene in questi 63 anni non Vi abbiamo mai abbandonati nella buona e cattiva sorte, sempre a braccetto, mai un dubbio o una titubanza che la nostra bandiera non fosse da seguire ovunque e sempre. Oggi però diciamo basta, non siamo più propensi ad accettare quei ruderi, a pensarVi sepolti sotto di essi. Occorre che abbiate una nuova casa, un nuovo Fila ove anche noi tifosi, possiamo rifugiarci e riprendere con Voi quel dialogo troppo presto interrotto. Con questo spirito, unito alla nostra fede, noi progettisti ci accingiamo ad ideare un Nuovo Fila che dovrà ricalcare il precedente e rinverdirne gli antichi valori. Solo così la tromba di Bolmida potrà nuovamente chiamarVi a raccolta uno per uno: Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Bongiorni, Castigliano, Fadini, Gabetto, Grava, Grezar, Loik, Maroso, Martelli, Mazzola, Menti, Operto, Ossola, Rigamonti. Noi tutti uniti risponderemo: “ANCURA NA VOLTA RIPARTUMA FIEU”. (Ancora una volta ripartiamo ragazzi)”.