Pallone a 8 millimetri - Il calcio nel Fantozzi di Luciano Salce

07.04.2020 14:08 di Claudio Colla   Vedi letture
Pallone a 8 millimetri - Il calcio nel Fantozzi di Luciano Salce

Lungo la sua gloriosa saga cinematografica, iconica quanto e forse anche più dell’omologa e parallela epopea letteraria, ha in più di un'occasione incrociato le armi col calcio il Ragionier Ugo Fantozzi, personificazione dell’uomo comune massacrato dall’Italia del boom economico, dalla crescita vertiginosa del debito pubblico, dalle angherie e dalle vessazioni di potenti da comic novel satirico, antesignani - passateci l’affermazione tra il serio e il faceto - dei villain Marvel e DC, e talora più sfaccettati della maggioranza di questi ultimi. Significativi i due episodi a sfondo calcistico, uno per pellicola, nella parte della saga diretta da Luciano Salce.

La partita tra scapoli e ammogliati, episodio tra i più riusciti del primo “Fantozzi”, del 1975, è divenuta parte della memoria collettiva della cultura pop nostrana. Tra lo spavaldo contaballe Calboni, capitano, numero 9, e - da par suo - punta di diamante degli scapoli, l’eterno organizzatore di eventi Filini, in questo frangente nella veste di arbitro (espediente che consentirà di mantenere l’ambiguità sullo stato civile della principale spalla comica del Ragioniere, sulla carta risolta nel successivo episodio della caccia, incluso nel seguito del 1976), filiformi guardalinee ottuagenari, compagni di squadra e avversari dalla condizione atletica improbabile, emerge, tra tanta slapstick comedy, la retorica narrativa degli ultimi (o, quanto meno, penultimi), dei perseguitati dalla sorte, da quella “nuvola da impiegato” metafora dei progetti di vita più da rimpiangere che da celebrare. Lungo la partita, Calboni, occasionalmente capace di assurgere, nel microcosmo impiegatizio, allo status di primus inter pares, grazie a un misto di arroganza, menzogna, millanteria, volgarità, cafonaggine, e leccaculismo, potrà festeggiare la rete personale, da centravanti di razza. La cavalcata verso la porta avversaria di Ugo Fantozzi, vicino a riscattarsi dagli improperi rivoltigli, anche in questa occasione, per via delle tante papere commesse nel corso della gara (tra tutti il doppio autogol, che manda su tutte le furie l’avvocato portiere-acrobata, uno dei tanti caratteristi senza nome rimasti nella storia del cinema italiano grazie alle vicende del ragioniere per antonomasia), si concluderà invece con uno scontro frontale, seguito ai tanti, maldestri - ma, per una volta, riusciti - dribbling, con un anonimo collega, allegoria, tra Friedrich Engels e Giambattista Vico, della guerra tra poveri, paradigma storico-sociale integrale all’èpos della saga. Con partita conclusa sotto un moderno Diluvio Universale, livella della scalogna persecutoria pronta ad affliggere gli impiegati stessi, senza sosta né eccezioni.

E alla grottesca esibizione calcistica degli ultra-amatoriali dipendenti della MegaDitta, fa eco, nel successivo film della saga (ultimo a opera di Luciano Salce), “Il Secondo Tragico Fantozzi”, targato 1976, il pallone in tivù, come sfogo nazional-popolare per eccellenza. Fantozzi e colleghi, periodicamente costretti alle interminabili proiezioni di film d’epoca, imposti loro dal “Potentissimo Professor Guidobaldo Maria Riccardelli”, si ritrovano a dover rinunciare alla visione domestica del prestigioso match tra Inghilterra e Italia, in diretta da Wembley. Ricevuta la tragica notizia dalla moglie, Fantozzi prova comunque a seguire la gara, tra cronaca radiofonica e sortite in direzione degli apparecchi televisivi altrui (da qui l’iconico pugno dalla finestra, di fronte al disperato interrogativo del Ragioniere, “Chi ha fatto palo?”). Ma ogni tentativo di evadere agli assurdi diktat del padronato aziendale, ritornello della saga, è vano. Nessuno dei colleghi di Fantozzi si sottrae alle maldestre manovre volte a introdurre radioline e televisori portatili nella buia sala cinematografica; proprio il Ragioniere, peraltro, si rivela unico tra gli impiegati a sfuggire ai controlli del caso, finendo però per ripiegare su una pavida forma di autocensura, e, simbolo dell’asservimento totale alla causa della MegaDitta, innanzitutto dal punto di vista morale e del controllo del pensiero, consegnare egli stesso la preziosa radiolina, unico residuo di contatto col mondo “dei liberi” rispetto alla metaforica prigionia. Proiezione del “film d’arte”, dunque, come parodia del sempiterno Moloch di “Metropolis”, che astrae il dipendente-schiavo dalla propria realtà naturale, esponendolo a uno svago che altro, alieno, estraneo ed esterno ai limiti imposti dalla dimensione socio-culturale a cui l’impiegato è costretto, lo priva dell’unica rappresentazione di mondo alla quale egli possa hegelianamente accedere. Nella vicenda che, dopo un iniziale riscatto propiziato dallo stesso Fantozzi, eterno bersaglio primario della dirigenza, dei potenti, dei padroni, umiliato in prima persona a ogni possibile occasione, condurrà come sempre a una schiacciante reiterazione della subalternità di classe, il calcio, in ogni caso, si fa simbolo di rivolta sociale, sotto il profilo sia materiale sia culturale. 

Il calcio, dunque, come àncora a un fichtiano Io, ancorché soltanto empirico, e come contrapposizione, per dirla con Heidegger, a un essere umano gettato nel mondo, senza reti di protezione. Nazional-popolare, liberatorio, e, al contempo, dal coté di elevatissimo valore simbolico, allegorico, metaforico.