Il Torino non è un investimento così appetibile: solo Cairo può renderlo tale
Cairo da tempo, da ben più di un anno, pubblicamente ha detto che sarebbe disposto a vendere il Torino, qualora arrivasse qualcuno più ricco e capace di lui, però ha anche sempre ribadito che nessuno si è mai fatto avanti con lui per fare un offerta per comprare il club. In tanti hanno pensato, o forse si sono illusi o sono stati indotti a farlo da voci che poi si sono rivelate prive di fondamento, che ci potessero essere dei potenziali acquirenti, basta ricordare cosà scatenò la sola sponsorizzazione come Official Energy Drink Partner di alcuni mesi da parte della Red Bull che terminò a fine giugno 2025 e che non è stata neppure rinnovata.
Poi poco tempo fa è stato il trafiletto del Sole 24 Ore, 18 righe a pagina 27 non certo una notizia di chissà quale spessore altrimenti avrebbe avuto uno spazio maggiore sul quotidiano economico-finanziario e sarebbe stata scritta in pagine con numerazione più bassa, che parlava di dossier sul Torino che circolavano fra banche d’affari e in particolare Bank of America seguita da quella di un coinvolgimento di Marco Fassone, già dirigente di Juventus, Napoli, Inter e Milan e attuale uomo d’affari che fa da consulente o advisor per chi è interessato a investire nel mondo del calcio in Europa e in altri Paesi. Fassone, due giorni fa, ha confermato che un suo cliente, smentendo che fosse Red Bull e senza fare nessun altro nome, a fine 2025 gli aveva chiesto di effettuare un’esplorazione approfondita sul Torino però che la cosa era nata e finita lì, senza quindi avere alcun seguito. Oggi Tuttosport riporta che il cliente di Fassone fosse una potente famiglia dell’Arabia Saudita.
Sono i fatti concreti a contare e quindi si può solo dedurre che finora chi ha avuto l’idea di vedere se il Torino fosse un investimento appetibile si è poi velocemente tirato indietro perché evidentemente non lo considerava tale.
Certo i tifosi del Toro, almeno buona parte di loro, continuano a sperare e si aggrappano all’idea che i famosi dossier e che il coinvolgimento di Bank of America possano portare a un’offerta a Cairo per comprare il Torino, magari di qualche fondo americano o di qualche magnate, anche perché c’è chi continua a soffiare sul fuoco della speranza per alimentarlo, però al momento non si hanno cose certe. Ovviamente se ci fosse mai qualche esplorazione più approfondita verrebbe firmato un patto di riservatezza con tanto di penali economiche in caso di fuga di notizie e quindi non potrebbero circolare nomi, ma neppure indiscrezioni.
Più che stare dietro a voci varie bisognerebbe porsi la domanda sul perché il Torino finora non è stato considerato un investimento appetibile. Alcune risposte sono lampanti e le conoscono tutti, anche quelli che credono a ogni possibile voce di vendita: il Torino non ha immobili di proprietà, né lo stadio Grande Torino Olimpico, dove gioca la prima squadra, né il Filadelfia (manca ancora il terzo lotto che deve ospitare il Museo del Toro), dove si allena la prima squadra, e neppure il Robaldo, il centro per il settore giovanile, (non ancora finito di edificare, per cause varie, dopo dieci anni dalla concessione trentennale, seppur sia già utilizzato da parte delle squadre giovanili); la squadra negli ultimi venti anni ha avuto risultati sportivi decisamente modesti, dopo gli anni di altalena fra Serie B e A dalla stagione 2012-‘13 solo due volte si è piazzata al 7° posto, una volta è riuscita ad andare in Europa League giungendo agli ottavi (2014-’15) e un'altra si è fermata agli spareggi per accedervi (2019-’20) e in entrambi i casi solo perché Parma e Milan non potevano iscriversi alle coppe internazionali; in Coppa Italia, sempre negli ultimi 20 anni, non è mai neppure arrivata in semifinale; l’attuale parco giocatori è mediocre e infatti solo nelle ultime settimane si sta togliendo fuori dalla lotta per non retrocedere; sull'allenatore c'è un punto interrogativo, D’Aversa ha un contratto fino al 30 giugno e non si sa se sarà riconfermato oppure chi potrebbe essere il nuovo mister. C’è anche da considerare che il Torino Fc da più di un anno fa continue promozioni vendendo i biglietti a costi bassi per invogliare il pubblico a comprarli e ad andare allo stadio.
Poi a bilancio il club ha 130 milioni di euro di debiti. 9 mln verso la società controllante (quella che appartiene a Cairo); 38,3 mlm verso le banche e includono il saldo di un finanziamento erogato in data 27 settembre 2024 da Banca Ifis (istituto bancario genovese) con lo scopo di rimborsare anticipatamente i finanziamenti bancari in essere a quella data. Questi 38,3 mln dovranno essere rimborsati a partire dal prossimo 15 giugno e fino quindi al 15 settembre 2029. Il finanziamento è garantito dalla cessione in garanzia dei crediti derivanti dallo sfruttamento dei diritti audiovisivi nazionali e da una fideiussione a prima richiesta rilasciata dalla controllante U.T. Communications. Mentre i restanti 83 milioni di debiti sono verso altri soggetti. Per precisione va detto che nel marzo 2024 Cairo ha rinunciato a incassare 3 milioni di finanziamenti, erogati in precedenza dalla società controllante Ut, e nel giugno, sempre 2024, ha erogato una nuova tranche di finanziamenti pari a 2 mln. Tutto questo era stato ben spiegato dal professor Bernardo Bertoldi, docente di Strategia all’Università di Torino (Economia e gestione delle imprese), su Tuttosport a aprile 2025 che aveva analizzato il bilancio, relativo all’anno 2024 (l’ultimo fatto dal club granata, si attende quello relativo al 2025), del Torino che dopo sei anni in passivo era in attivo per 10,4 milioni, per l’esattezza 10.398.302. A oggi non si sa se Cairo comprerà oppure no lo stadio o se continuerà ad affittarlo, il Comune vuole venderlo, e dove la squadra giocherà nella prossima stagione, visto che il contratto d’affitto scade il 30 giugno e il Torino deve comunicare alla Lega Calcio, per potersi iscrivere al campionato, prima del 1° luglio dove disputerà tutte le partite in casa nel 2026-‘27. Lo stadio Grande Torino Olimpico ha bisogno di importanti ristrutturazioni che comporteranno spese molto consistenti poiché quando piove filtra acqua sugli spalti e non solo. Durante la partita con il Lecce, dello scorso 1 febbraio, si è rotto un tubo dell’acqua e si sono allagati gli spogliatoi. Non ci sono parcheggi appositamente dedicati e lo stadio sorge in un quartiere densamente popolato che già ha carenza di parcheggi. Alle spalle sorge l’Inalpi Arena che limita la possibilità di avere un’area commerciale a 12 mila metri quadrati (ad esempio lo stadio della Juventus ne ha 34 mila) così come le grandi e importanti strade intorno, via Filadelfia e Corso Giovanni Agnelli. I gradini per raggiungere i posti a sedere sono faticosi da salire e non vi sono corrimano sui quali appoggiarsi, finora, per fortuna, nessuno ha fatto rovinose cadute con gravi conseguenze per l’integrità fisica, ma si tratta solo di un caso e chi frequenta regolarmente l’impianto lo sa benissimo. La tribuna stampa poi è formata da banchetti a due posti alquanto piccoli, senza monitor per rivedere le azioni, le prese di corrente sono poste in basso in mezzo ai seggiolini scomodissime da utilizzare e l’impianto wifi funziona male. Oltretutto la ristrutturazione va fatta seguendo quanto prescritto dalla “Legge Pisanu” (230/2005) che, fra le altre cose, regolamenta con rigidi requisiti anche le barriere, la separazione dei settori, tornelli, posti a sedere numerati e che include anche l’area esterna con l’anello di pre-filtraggio. E come se tutto ciò non bastasse l’impianto è sotto l’egida della Soprintendenza delle Belle Arti per cui non può essere abbattuto e ricostruito ex novo, come avvenne con il Delle Alpi quando fu acquistato dalla Juventus, e ogni lavoro per ristrutturarlo deve tenere conto della salvaguardia delle parti che sono sotto tutela.
E’ evidente quindi che non sia facile trovare un acquirente per il Torino, non c’entra assolutamente nulla la contestazione da parte dei tifosi perché è rivolta solo a far sì che Cairo venda e se ne vada, e nel caso un fondo volesse investire e comprare il club per sfruttarne il debito sarebbe operazione con un elevato tasso di rischio in caso di crisi economico-finanziarie internazionali, come dimostrano la crisi finanziaria globale del 2007-2008, quella che portò al fallimento della Lehman Brothers, considerata il più grande crac finanziario della storia degli Stati Uniti, e quella del debito sovrano europeo del 2010-2012.
Solo Cairo può rendere appetibile il Torino per eventuali compratori, a patto che doti il club di beni immobili e che porti la squadra ad essere competitiva ottenendo risultati sportivi che la portino, se non sempre almeno spesso, a disputare le coppe europee aumentandone quindi anche gli introiti.
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