Aquilani sceglie il Sassuolo: l'ennesimo schiaffo a un club che ha perso appeal
Alla fine Alberto Aquilani ha scelto il Sassuolo. Non il Torino. E già questo dovrebbe bastare per accendere più di una riflessione all'interno di una società che continua a raccontarsi ambiziosa, ma che nei fatti non riesce più ad attirare neppure un allenatore emergente alla sua terza esperienza tra i professionisti.
Non stiamo parlando di un tecnico affermato o di un nome di prima fascia. Aquilani vanta appena due stagioni in Serie B e rappresenta, a tutti gli effetti, niente più che una scommessa. Eppure, tra la panchina granata e quella neroverde, la scelta è ricaduta sul Sassuolo. Un segnale difficile da ignorare e ancora più difficile da giustificare.
Il problema non è Aquilani. Il problema è il Torino. O meglio, ciò che il Torino è diventato agli occhi di chi deve scegliere un progetto a cui legare il proprio futuro. Una società che fino a qualche anno fa poteva fare leva sulla propria storia, sul proprio blasone e sull'entusiasmo di una piazza unica, oggi sembra aver smarrito gran parte del proprio potere attrattivo.
E non si tratta di un caso isolato. Anche la trattativa con Ignazio Abate sta vivendo rallentamenti che fanno riflettere, mentre tornano a circolare i nomi di Ivan Juric e Alberto Gilardino, a conferma di una ricerca che fatica a trovare una soluzione definitiva, e che pare più casuale che programmatica.
La sensazione, sempre più diffusa tra i tifosi granata, è che il Torino sia finito in una terra di mezzo dalla quale non riesce più a uscire. Nessuna lotta per l'Europa, nessun progetto realmente convincente, nessuna prospettiva di crescita che possa entusiasmare chi arriva da fuori. Un continuo galleggiare nella mediocrità che, anno dopo anno, sta consumando il prestigio costruito in decenni di storia.
La scelta di Aquilani non cambia il destino della prossima stagione. Ma rappresenta l'ennesimo campanello d'allarme. Perché quando un allenatore emergente preferisce il Sassuolo al Torino, la domanda non dovrebbe essere perché Aquilani abbia detto no. La vera domanda sarebbe da porre a chi le domande, evidentemente, non se le fa.
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