ESCLUSIVA TG – Don Robella: “Un 4 maggio diverso dove si può onorare il Grande Torino attraverso l’essenzialità e il silenzio”

03.05.2020 06:30 di Elena Rossin   Vedi letture
Fonte: Elena Rossin
Don Riccardo Robella
Don Riccardo Robella

Don Riccardo Robella è stato intervistato in esclusiva per TorinoGranata.it. Don Robella è il padre spirituale del Torino e con lui abbiamo parlato della ricorrenza del 4 maggio, giorno della scomparsa del Grande Torino, e di come si vive questa 71esma ricorrenza ai tempi della pandemia da Covid-19.

Che sensazioni prova sia da sacerdote sia da uomo e tifoso granata per questo 4 maggio particolare?

“La sensazione è di chi a un certo punto sa che stiamo attraversando un momento molto particolare, da sacerdote e da padre spirituale del Torino, ruolo che deve essere, volente o nolente, di guida e di perno, una presenza forte per la propria gente, quindi, se qualcuno vuole, dal presidente al tifoso più piccino, di una persona che deve essere trovata sempre a disposizione. Da uomo, vivo questo 4 maggio da persona che sta attraversando un periodo che sicuramente non è facile, ma proprio perché sono un uomo devo guardare avanti altrimenti perderei veramente una parte di me. Da tifoso del Toro, provo la sensazione di chi, volente o nolente, è catapultato ed obbligato a vive questo Giorno della Memoria per quella che è la sua reale sostanza: il silenzio. Bisogna cercare di capire come ridefinire il nostro essere tifoso”.

Ci saranno delle cerimonie diverse domani rispetto alla tradizione e consuetudine per la prima volta dalla Tragedia di Superga. Spiritualmente come ci si può preparare?

“Attraverso la riscoperta dell’essenzialità. Quando si parla di Superga si dicono tante cose, ma si rischia di perdere molte volte quello che è il centro. Ecco, forse un anno di chiamiamolo “digiuno” e di silenzio, se siamo intelligenti, possono portarci a riscoprire ciò che di Superga c’è di essenziale rientrando al cuore. Preparasi così penso che sia la cosa più giusta, con una lettura, forse, anche con una canzone, con il riscoprire, per chi come me vive di Gesù, anche con una preghiera”.

I tifosi si sono organizzati e ai balconi e alle finestre saranno appese bandiere, sciarpe o drappi granata e la band Sensounico ha proposto di fare risuonare alle 17:03 la canzone “Quel giorno di pioggia” tutti modi per rimanere uniti seppur stando ognuno a casa propria.

“Anch’io esporrò la bandiera granata e canterò alle 17:03 “Quel giorno di pioggia”. Si tratta di iniziative molto belle, ma l’importante è che diventino patrimonio condiviso e che siano qualche cosa che veramente unisce”.

Di solito il 4 maggio andare a Superga è un momento di unione, anche se in qualche occasione c’è stata qualche polemica di solito nei confronti della società o di qualche giocatore non ritenuti del tutto idonei. Quest’anno l’unione può essere ancora maggiore viste le circostanze in cui viviamo?

“Sì, direi molto più profonda. Un qualcosa che non riguarda solo Superga e che non diventi solo un momento, ma che sia la riscoperta proprio dell’essenzialità che ci connota. Al di là di tutto quello che siano o non siamo c’è la maglietta granata e tutti guardiamo a lei”.

Lo sport è un momento di unione e di fratellanza, poi c’è il risvolto dell’avversario e della rivalità, ma il messaggio vero, che è poi anche quello delle Olimpiadi, è vi vivere tutti insieme qualche cosa di bello e gioioso …

“Sono il primo a dire che anche lo sfottò è bello e se non ci fosse mancherebbe il sale. Ho molti amici di altre squadre con i quali ci prendiamo anche in giro quando serve ed è simpatico, ma poi al di là dello sfottò c’è qualche cosa di più profondo che è l’amicizia. Lo sfottò non deve diventare mai l’occasione per litigare o, peggio ancora, il momento  per scaricare le frustrazioni, ma deve rimanere sempre all’interno della cornice sportiva”.

Il Grande Torino storicamente è stata una squadra che ha unito l’Italia, anche chi non era tifoso del Toro.

“Esatto, era un periodo storico con l’Italia che era uscita sconfitta dalla Seconda Guerra Mondiale  e lacerata al suo interno, ma che aveva trovato in quel Torino vincente quanto meno il motivo per riconoscersi una, unita e bella. Il discorso è: riconoscersi uno e belli”.

In questo periodo viviamo una sorta di “guerra” contro un nemico invisibile com’è il Coronavirus …

“Non concordo nel dire che c’è oggi in corso una “guerra”, non mi piace questa retorica e non mi piacciono le immagini belligeranti su ciò che non è belligerante e si finisce per usare il concetto di guerra un po’ a sproposito, anche perché c’è una pandemia che è una cosa ben diversa da una guerra. Non dobbiamo abituarci ad avere un’idea belligerante su tutto. Al Coronavirus di noi non importa e semmai, se si può dire, a lui noi stiamo anche bene. Nelle guerre c’è un nemico, mentre qui c’è un virus che ha causato un’epidemia, come ne sono capitate nella storia dell’uomo, rispetto alla quale bisogna organizzarsi per superarla. Si tratta comunque di un evento naturale che sia chiaro dobbiamo, come dicevo, dobbiamo attrezzarci per superarlo”.

Ha già elaborato un pensiero per questo 4 maggio 71esima ricorrenza della Tragedia di Superga?

“Lo sto facendo, lo sto elaborando di ora in ora perché sto cercando di capire che cosa sia meglio dire affinché sia utile. Il mio cervello è work in progress, anche perché Superga è anche e soprattutto una questione che attiene al cuore”.

Anche se sta elaborando, che connotazione si può dare a questo 4 maggio 2020?

“Il silenzio, come dicevo prima. Come quando la domenica successiva alla tragedia del 4 maggio 1949 la gente andava al Filadelfia rimasto vuoto e silenzioso per la prima volta ecco anche quest’anno il Fila sarà vuoto e silenzioso. Questo ci deve riportare come connotazione a drizzare le orecchie e forze invece di dire tante cose ci si può costringere ad ascoltare perché anche il silenzio va ascoltato”.