Non è la prima volta che il Torino non può disporre del proprio stadio

Dieci anni fa i Testimoni di Genova costrinsero il Toro a giocare la prima di Coppa Italia al Pistoni di Ivrea, contro il Figline
16.07.2019 20:21 di M. V.   Vedi letture
© foto di Marina Beccuti
Non è la prima volta che il Torino non può disporre del proprio stadio

Navigando nel web, si scovano parecchi articoli inerenti la querelle tra il presidente del Torino Urbano Cairo e l'amministrazione cittadina in merito alla questione stadio. Non è infatti la prima volta che la squadra granata si trova costretta ad emigrare verso altri lidi estremamente più piccoli perché l'impianto era stato in precedenza adibito a diversa destinazione. L'ultima volta dieci anni fa, sfida di Coppa Italia con la squadra di Stefano Colantuono impegnata sul campo dello stadio Gino Pistoni di Ivrea, capienza tremilacinquecento spettatori, contro il Figline, poi battuto 1-0. Allora fu la riunione internazionale dei Testimoni di Geova a negare ai tifosi del Torino la possibilità di poter seguire la propria squadra nello stadio casalingo.

Altra amministrazione, altri tempi. Il fatto è che cambiano le bandiere ma le abitudini restano fastidiosamente le stesse, e nel caso attuale, vogliamo tralasciare il trattamento ben poco equo nella questione inquinamento quando in casa giocava il Torino oppure la Juventus. Limitiamoci a sottolineare come i granata, alla prima uscita europea stagionale, attesissima, troveranno lo stadio Olimpico Grande Torino occupato dal concerto di Biagio Antonacci e Laura Pausini. Nulla da togliere a due icone della musica pop italiana, ma è certamente chiaro come si sarebbe potuto scegliere in modo più oculato. Ma dall'altro lato c'era "solo" il Torino con i suoi tifosi, mentre il Comune, così si è difeso l'assessore allo sport, ha necessità di incassare fondi, sottolineando come proprio a spese della città verrà ricostruito il manto erboso.

Ci mancherebbe altro, e perdonateci l'impertinenza, che sia a spese dell'amministrazione civica la ricostruzione del campo dopo il calpestio inevitabile che ne deriverà (oltretutto il Toro paga una locazione dell'impianto non di poco conto, utilizzandolo regolarmente per la quasi interezza dell'anno). In poche parole, la data del 25 luglio, per la gara in casa del Torino in Europa League, era a disposizione da mesi, motivo per cui non si può non pensare che il Comune abbia deciso o di non credere alla qualificazione della formazione granata oppure di ignorarla deliberatamente. Vero, verissimo che Cairo non è proprietario dell'Olimpico Grande Torino (e qui ci sarebbe da aprire una nuova, lunghissima parentesi), ma così viene penalizzata una tifoseria che certamente rappresenta, almeno, la metà dei cittadini di Torino. E non è corretto.