Bisogna prenderne atto e avere il coraggio di dire che il Torino non è all’altezza

L’andamento altalenante dei granata prima con Mihajlovic e adesso con Mazzarri impone profonde riflessioni sui giudizi e sulle strategie finora utilizzate.
11.03.2018 07:00 di Elena Rossin  articolo letto 8988 volte
Fonte: Elena Rossin
© foto di Federico Gaetano
Bisogna prenderne atto e avere il coraggio di dire che il Torino non è all’altezza

Tutti o quasi, forse, spinti più dal desiderio di vedere il Torino tra il quinto e il sesto posto che ragionando con rigorosa razionalità, a fine mercato estivo si era creduto che la squadra, allora allenata da Mihajlovic, potesse veramente competere per l’Europa League. Ci si è sbagliati. Non si tratta di parlare con il senno di poi, ma di avere accumulato ripetute prove derivate dalle prestazioni sul campo. Il Torino, purtroppo, non era formato adeguatamente né per il gioco che voleva Mihajlovic e tanto meno lo è adesso per quello di Mazzarri, ma soprattutto manca di carattere, di voglia di affermarsi e così finisce per raccogliere persino meno di quello che semina. Prenderne atto è doveroso ed è utile per il futuro a patto, però, che si tenga veramente conto degli errori fatti e si abbia la ferrea volontà di cambiare.

A Cairo le critiche sul suo operato non piacciono e tanto meno gradisce che gli si dica che non investe abbastanza nel Torino. Se, però, nei suoi piani imprenditoriali c’è effettivamente la volontà di avere una squadra di calcio che non sia solo un mezzo che gli ha permesso e gli permette ancora di entrare nei meccanismi del potere allora, per piacere, cambi strategia. Non lo faccia per i tifosi, ma prima di tutto per se stesso perché non riuscirà mai ad ottenere un vero e diffuso consenso se continuerà ad amministrare il Torino come ha fatto finora. Nessuno gli nega il merito che abbia riportato stabilmente il Torino in serie A e che lo abbia fatto assestare a metà classifica, ma questo se non è l’obiettivo dichiarato non basta perché lui nel messaggio di auguri natalizi aveva detto; “mi batterò in tutti i modi affinché il Toro dia veramente a tutti voi (tifosi, ndr), che lo meritate, delle soddisfazioni che sono le soddisfazioni che meritiamo tutti quanti e, quindi, un Toro come abbiamo in mente noi, non lo diciamo per scaramanzia, ma lo sappiamo”. Poi ha esonerato Mihajlovic perché “il girone d'andata non era stato all'altezza delle aspettative e degli investimenti e i risultati erano inferiori a quelli dello scorso anno” come aveva detto il presidente intervenendo alla trasmissione radiofonica ”Il Var dello Sport”  su Rmc Sport il quindici febbraio scorso. E ribadendo ieri il concetto intervenendo a Radio DeeJay ospite di Fabio Caressa e Ivan Zazzaroni: “È evidente che se abbiamo fatto un cambio di allenatore nove partite fa è perché qualche problema c’era. C’era un progetto partito alla grande, positivamente. Dopo la campagna acquisti dell’estate tutti erano felici, anche Mihajlovic era contentissimo, ma poi il progetto non ha dato gli esisti sperati e ho deciso di cambiare". Il presidente del Torino ha poi aggiunto: "Adesso Mazzarri è arrivato felicissimo, per un progetto di lungo periodo, ma non ha la squadra che ha fatto lui, adatta al suo modulo, quindi è ovvio che ci vuole più tempo. Mancano ancora undici partite, se ripartiamo dal primo tempo di ieri, secondo me, si può fare un buon finale. Dobbiamo far giocare maggiormente alcuni giovani per vedere se sono adatti al Toro del futuro. Mazzarri è a metà campionato, si sta impegnando nel fare il meglio possibile, ma poi non posso neanche chiedere a lui di fare esattamente il progetto per l’Europa con i giocatori di Mihajlovic, che purtroppo guidati da lui non ci ha dato i risultati voluti. Poi non poniamo limiti alla provvidenza, ma ora guardiamo le cose che abbiamo". E in precedenza aveva detto nel giorno della presentazione di Mazzarri: “Finalmente sono riuscito a prendere come allenatore del Torino un tecnico come Walter Mazzarri, lo volevo fin dal lontano 2007”. Tutte queste dichiarazioni creano aspettative, ma nel mercato di gennaio non è stato preso nessun giocatore per rinforzare la squadra, che già aveva palesato limiti in tutti i reparti. Approcci sbagliati alle partite o cali immotivati prima della fine delle gare alle volte anche per interi tempi, a prescindere dall’avversario. Gol subiti per disattenzioni individuali e collettive, un centrocampo non sufficientemente equilibrato e un attacco non abbastanza prolifico con in più Belotti a più riprese infortunato e senza un valido sostituto e comunque non in grado di ripetersi sui livelli dell’anno e mezzo passato. L’aver tenuto il “Gallo” e Ljajic a fronte delle cessioni di Benassi e Zappacosta e preso Niang, Rincon, Ansaldi, Lyanco, Berenguer, N’Koulou, Sirigu, Burdisso, Milinkovic-Savic non è stato sufficiente. E finiscono solo per irritare i discorsi sul fatturato che è cinque volte inferiore a quello della Juventus: non si chiede infatti che il Torino lotti per lo scudetto, ma per un posto in Europa League ossia cinque gradini più in basso in classifica.

Le strategie finora utilizzate dal Torino non hanno pagato. Quindi basta puntare su giovani di belle speranze se non sono affiancati da giocatori di qualità e carattere perché i virgulti immessi in questo tipo di contesto ben difficilmente cresceranno. Basta puntare su giocatori da rilanciare per poi venderli e realizzare plusvalenze perché così il messaggio che si manda è che il Torino è una vetrina utile come trampolino di lancio verso lidi più ambiti. Basta affidarsi a giocatori ormai a fine carriera seppur d’esperienza e serissimi professionisti perché non riescono da soli a tirare la carretta. Basta intavolare lunghissime trattative in sede di calcio mercato per risparmiare qualche euro perché le prime scelte e spesso anche le seconde nel frattempo si accasano altrove. Basta puntare su allenatori e poi non fornirgli calciatori titolari e riserve adeguati alla loro concezione del gioco perché la squadra non sarà mai equilibrata. Basta continuare a perseverare in politiche che si è già visto che non portano in Europa perché il campo è il giudice che fa sempre luce sulla realtà.