59 anni senza Meroni, il ricordo di Poletti: "Vi racconto come morì"
A 59 anni dalla scomparsa di Gigi Meroni, il ricordo resta una ferita aperta. Per Fabrizio Poletti, compagno di squadra nel Torino e amico fraterno della Farfalla granata, quella sera del 15 ottobre 1967 continua a rappresentare una tragedia impossibile da accettare. «Mi viene il magone quando parlo di lui, è un colpo tremendo che non passerà mai», racconta, ripensando a un legame che andava ben oltre il calcio.
Meroni, un talento fuori dagli schemi
Più ancora delle qualità tecniche, a Poletti è rimasto impresso il modo in cui Meroni affrontava la vita. «Come prendeva la vita, ancora prima della classe straordinaria che mostrava in campo. Mi sono innamorato del suo modo di essere, lo vedevo come la persona ideale» racconta in una lunga intervista concessa a La Stampa. Negli anni Sessanta, il suo anticonformismo divideva l'opinione pubblica, ma dietro quell'immagine stravagante si nascondevano profondità e cultura. «Era molto profondo e aveva cultura. E voleva bene a tutti, non l'ho mai sentito parlare male di qualcuno e sì che di critiche ne ha ricevute».
La sera del 15 ottobre 1967
Quella maledetta sera il Torino aveva appena vinto contro la Sampdoria e i giocatori erano di buon umore. Poi, durante l'attraversamento della strada, l'impatto con un'automobile cambiò tutto. Poletti ricorda ancora quei momenti: «Mi volto subito alla mia destra per cercare Gigi, doveva essere lì. Invece il paraurti lo prende in pieno scaraventandolo sull'altra corsia dove sopraggiungevano vetture. Mi salvo perché ero mezzo metro più avanti». Inizialmente, vedendo il compagno a terra, aveva persino sperato che potesse salvarsi. «Mi chino su di lui e sento il cuore battere. Così quando mi dimettono dall'ospedale non penso al peggio, invece poco dopo me lo mettono davanti sul lettino: se n'era andato».
Un'amicizia che andava oltre il campo
Il loro rapporto era intenso, fatto anche di notti trascorse in viaggio per raggiungere Kristiane, la donna amata da Meroni. «Partivamo in serata e tornavamo a Torino il giorno dopo alle 7. Un paio d'ore a casa e poi subito al Filadelfia», ricorda Poletti, raccontando anche la complicità dell'allenatore Nereo Rocco. Insieme scelsero anche la mansarda di piazza Vittorio, la casa che Meroni desiderava da tempo. «Gigi aveva una faccia super contenta. Sognava un posto così in un palazzo antico. Purtroppo se l'è goduta poco». Poletti tornò subito in campo, nonostante il dolore fisico e quello interiore, per affrontare la Juventus nel derby vinto 4-0. La vita, però, non fu più la stessa. Ancora oggi Meroni gli appare in sogno e il ricordo conserva tutta la sua forza. Il suo ultimo desiderio è semplice, ma carico di significato: «Per favore, alla commemorazione mettete una candela da parte mia al cippo di Corso Re Umberto».
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